Denunciò insulti omofobi nel 2011, muore senza vedere la fine dei processi

Denunciò insulti omofobi nel 2011, muore senza vedere la fine dei processi

Antonio I. doveva testimoniare in uno dei tre procedimenti nati dalle denunce ma nel frattempo è morto.  "E' una vicenda che dimostra  l’inutilità di una legge come il decreto legge Zan rispetto a qualcosa che c’è già ma che non funziona per l’inefficienza del sistema", dice il suo legale  

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 Sfilata Gay pride Londra (Afp)

AGI - Vittima di insulti omofobi e botte dal 2011, quando ha presentato la prima denuncia, non ha potuto vedere la fine dei processi del suo persecutore perché nel frattempo è morto. 

Tre processi mai riuniti 

E’ la storia di Antonio I. che aveva 64 anni quando è cominciato tutto. Una “persona mite e molto sola”, racconta il suo avvocato, che tutti i giorni passava il tempo nel centro commerciale dell’Aquila. Qui lo avevano soprannominato ‘Il Filosofo’ perché in libreria gli prestavano dei volumi che leggeva con voracità e poi restituiva. 

In quell’anno sono cominciati gli improperi (“Brutta checca, frocio” e altri grevi commenti a sfondo sessuale) e poi le botte di cui è stato accusato Roberto  C., 56 anni, in seguito finito imputato in tre processi per stalking e lesioni. 

Gli episodi contestati sono proseguiti nel tempo, fino al 2017 e, puntualizza il legale, "hanno preso strade diverse senza che si sia riusciti a riunirli". Agli atti delle indagini anche i referti medici e le foto portate dall’accusa a testimoniare le aggressioni.

"Oggi Antonio I. avrebbe dovuto testimoniare"

“Oggi finalmente doveva cominciare l’istruttoria di uno di questi processi e lui doveva essere sentito in aula – spiega all’AGI l’avvocato  Gian Luca Totani – ma quando ieri sera ho aperto il fascicolo elettronico ho scoperto che la fissazione dell’udienza non gli era stata notificata perché è morto il 15 dicembre 2020. In questa vicenda  vedo l’inutilità di una legge come il decreto legge Zan rispetto a qualcosa che c’è già ma che non funziona per l’inefficienza del sistema”.  

Antonio I. viveva in una casa popolare e, si legge nel capo d’imputazione, era stato “costretto ad alterare le sue abitudini di vita” finendo in “un perdurante stato di ansia e paura” a causa del comportamento di Roberto C. che in pubblico lo chiamava ‘Ninetta’ per dileggiarlo e avanzava “proposte a sfondo sessuale”.

“Non avevo sue notizia da tempo – si rammarica Totani – ed ero preoccupato perché avevamo un rapporto molto cordiale. In una città come L’Aquila dei morti si viene a sapere dai cartelli affissi in strada dai familiari ma lui non aveva nessuno. Se ne va da solo, senza avere avuto giustizia dopo 10 anni”.