L'Aliseo rientra a Mazara tra lo sconforto di equipaggio e familiari

L'Aliseo rientra a Mazara tra lo sconforto di equipaggio e familiari

I parenti dei marittimi protestano: "Siamo una piccola comunità in guerra. Da Roma non si è fatto sentire nessuno". Gli armatori chiedono "azioni di forza" 

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© Marco Bova / AGI -  I fori sul del peschereccio 'Aliseo' raggiunto dai un colpi sparati dalla guardia costiera libica

AGI -  L'avventura dell'Aliseo si è conclusa questa mattina, passate da qualche minuto le 7.30, quando il peschereccio mitragliato dai libici giovedì scorso ha fatto ingresso nel porto di Mazara, ha attraccato e l'equipaggio è sceso per abbracciare i familiari in attesa sulla banchina. "Sono vivo", aveva detto un attimo prima il comandante, , al vescovo della città siciliana, Domenico Mogavero.

La maglietta insanguinata, una fasciatura alla testa, Giacalone si è prima affacciato dal ponte del peschereccio, ha salutato, e, appena il tempo di essere avvolto nell'affetto della moglie e dei figli, è stato accompagnato negli uffici della capitaneria di Porto, per un interrogatorio condotto dai carabinieri del Ros centrale insieme con ufficiali della stessa capitaneria. 

Le ferite e i vetri crivellati di colpi della cabina di pilotaggio del peschereccio dicevano già tutto, della brutalità dell'attacco all'Aliseo, ma se ciò non bastasse a far immaginare la paura di chi si è trovato sotto una pioggia di proiettili, ecco il racconto fatto dal timoniere ai giornalisti:

"Ci hanno sparato almeno 100 colpi addosso e ci hanno detto che se avessero avuto un cannoncino lo avrebbero utilizzato. Hanno mirato alla cabina. Sono saliti a bordo in tre e sono rimasti per almeno due ore, hanno prelevato il comandante e quando lo hanno rilasciato gli hanno chiesto scusa.

La Marina italiana - continua il timoniere dell'Aliseo - ci ha scortato con una nave e con un elicottero, ma non hanno hai sparato un colpo". "Dicevano 'ferma ferma', ma sapevo cosa sarebbe accaduto se mi fossi fermato: un altro sequestro, come quello di tre mesi lo scorso autunno: c'era mio figlio tra quei pescatori", racconta all'AGI il comandante.

"Gli ho mostrato la maglietta, a quelli, ma mi hanno fatto vedere delle molotov e uno di loro, che parlava italiano e diceva di essere stato addestrato a Messina, mi ha detto che ce le avrebbe lanciate contro. Saremmo saltati in aria, perchè sotto la plancia abbiamo bombole di gas".

Il racconto fatto all'AGI è arrivato dopo quello fornito ai carabinieri del Ros centrale, che lo hanno interrogato per due ore negli uffici della capitaneria di Porto di Mazara, qualche metro più in là della banchina in cui ha attraccato l'Aliseo, dipinto di un verde che dovrebbe indicare speranza.

A Mazara l'ottimismo si è spento

Qui a Mazara, però, l'ottimismo si è spento: "Come pescatore sono morto - ha detto Giacalone - non tornerò più in mare". "Siamo una piccola comunità in guerra - esclama in banchina Rosetta Ingargiola, madre di uno dei 18 marittimi sequestrati lo scorso autunno -  mio figlio ha iniziato nuovamente a lavorare, ma io ho tanta paura. La prigionia è stata devastante, mio figlio l'ha raccontata, ma ancora non abbiamo avuto alcuna risposta concreta dal governo". Il governo, dal canto suo, "non è venuto ad accogliere" a Mazara i marittimi.

E non c'era neanche un'ambulanza in banchina. "Nessuno da Roma mi ha chiamato - dice il comandante - devo andare io in ospedale questa sera per farmi rifare la medicazione. Ma dov'è il ministro Di Maio? Doveva essere presente in banchina!"

Anche il Vaticano sembra, almeno in apparenza, impotente. "In questo momento non credo che sia possibile una sua mediazione - spiega Mogavero - anche perche' gli interlocutori in questo momento sono abbastanza deboli: il governo libico provvisorio è appena insediato e durerà fino a dicembre. Tra l'altro, ci sono due vescovi lì, ma hanno poca libertà di manovra.

La vicenda sta lasciando un segno, speriamo che i marinai si riprendano presto e abbiano il coraggio di andare di nuovo in mare. E' un problema grave, che va affrontato a livello politico perchè ci sono interessi particolari: questo tipo di pesca viene fatto solo dalla nostra marineria ma in quel tratto di mare ci sono imbarcazioni di altri Paesi come Malta e Turchia che non vengono disturbati.

Le nostre vengono prese di mira. E questa volta le milizie che hanno sparato sono di Tripoli e non solo di Bengasi. Non penso che si possa parlare di guerra", ma di necessità di "dialogo politico su questioni che riguardano" non solo la pesca anche ma "altri campi dell'economia". 

La rabbia degli armatori

Tra gli armatori la rabbia cresce, e non sono pochi a chiedere azioni di forza. "La Marina interviene quando tutto già finisce - dice all'AGI Roberto Figuccia, comandante del peschereccio 'Luciano Giacalone' - e attende l'autorizzazione libica per andare a soccorrere un ferito in acque internazionali.

Quando venni sequestrato, nel 2015 a nord di Misurata, l'allarme fu lanciato alle 7.45 e la nave della Marina militare italiana arrivò sotto bordo alle 12.30. Dovrebbero usare la forza, invece, come fanno loro", prosegue Figuccia, facendo ascoltare i messaggi, inviati al telefono dalla Marina, in cui li si avverte di star compiendo un reato quando entrano nelle 74 miglia di acque che la Libia rivendica come proprie.

La rabbia non può impedire, però, che il lavoro, quello che punta alla cattura del prezioso gambero rosso - 'l'oro dei pescatori' - continui. La stagione giusta per farlo è questa, e va da maggio a settembre. Così il 'Francesco Giacalone', un altro peschereccio, riparte verso quelle zone: "Certo che ho paura - dice l'armatore Luciano Giacalone quando glielo si chiede - non sappiamo quando torneranno".