Storia di Anita, migrante dall'Albania e ora imprenditrice di start up

Storia di Anita, migrante dall'Albania e ora imprenditrice di start up

Il racconto di Anita Likmeta. La madre arrivò a Bari con la nave Vlora, nel celebre sbarco di cui in questi giorni si ricorda il trentennale, alla presenza del premier albanese Edi Rama

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 Migranti dall'Albania negli anni '90

AGI - “L’Italia è la mia patria adottiva. Sono italiana, sono cresciuta qui. È la mia casa. Sono albanese perché sono nata lì ma sono anche italiana. Sono “ibrida”. E soprattutto l’Italia mi ha accolta”. Nei giorni che ricordano il trentesimo anniversario dell’arrivo degli albanesi in Italia (celebrato anche dal premier albanese Edi Rama, presente a Bari e Brindisi), Anita Likmeta, 34 anni, racconta all'AGI la sua storia.

Oggi vive a Milano, è imprenditrice nel ramo digital attraverso le start up. Il suo lavoro, spiega, le regala soddisfazioni, ma questa storia 30 anni fa è coninciata male, con un brutto segno, poi per fortuna scomparsa.

 “La mia - spiega Anita ad AGI - è una storia un po’ particolare. Mia madre, Ela, è arrivata nel ‘91 a Bari con lo sbarco della Vlora. Con lei, mio fratello e mia sorella, che erano piccoli, rispettivamente di 9 mesi e di 3 anni. Io sono invece rimasta in Albania e ho fatto il ricongiungimento familiare nel ‘97”. “Avevo 5 anni e mia zia, tornando dal liceo, mi disse che mamma e i miei erano morti - narra Anita - per un paio di mesi fu traumatico. Fu una notizia bomba per me piccolina. L’accetti purtroppo per quella che è e non puoi cambiarla. Mi faceva strano l’idea della morte. E sì perché molti albanesi sono morti in quel viaggio della Vlora”.

Per Likmeta, “si parla spesso di chi é arrivato ed ha concluso la corsa, ma non si parla di chi quella corsa non l’ha conclusa ed ha trovato la morte sull’Adriatico. Ecco, io ho vissuto per due mesi sapendo che non avrei mai più rivisto i miei. Poi gli stessi zii mi dissero che mamma, mio fratello e mia sorella, erano vivi. Non ci credevo quasi”. 

Come ho vissuto gli anni dal ‘91 al ‘97 in Albania? “Mah - riprende il suo racconto Anita - c’era una situazione molto tesa, quasi come fosse l’ultimo giorno prima del diluvio. Hai la sensazione che stia arrivando una grande pioggia sin quando, poi, è scoppiata la guerra civile. In quei giorni - prosegue Anita - chiedevo a mio nonno: ma dove vanno tutti questi? E lui mi diceva: vanno a reincontrare la loro povertà. Per lui, scappare non aveva senso perché anche la povertà aveva una sua dignità".

"In realtà, l’Albania era un Paese con l’economia a terra, le piramidi finanziarie erano crollate e la gente doveva rifarsi una vita. Piramidi finanziarie costruite ad hoc ed un giorno bisognerà fare chiarezza anche su questo, sulla politica di allora che le permise. Accadeva - dice ancora Likmeta - che vendevi la tua casa e ti davano somme incredibili, con la gente che pensava che il liberismo economico fosse quello”.

L'arrivo in Italia e l'affermazione professionale

“Io sono arrivata a Bari con un traghetto da regolare - prosegue Anita - da Bari sono salita a Pescara dove mamma aveva trovato lavoro come sarta. I miei stavano benissimo. Mio fratello e mia sorella erano cresciuti in Italia, rispetto a me avevano avuto una vita da “Mulino Bianco”. Eravamo in un paese, Villanova di Cepagatti, poi ci trasferimmo a Cepagatti, quindi a Pescara, dove mia madre apri la sua attività come imprenditrice nella sartoria”. “Io faccio l’imprenditrice grazie a lei - afferma ancora Anita - oggi vivo a Milano e lavoro nell’ambito digital. Ho delle partecipazioni in varie start up mentre mia madre vive in Spagna, con il suo compagno, e sta cercando di riaprire la sua attività che ha chiuso dopo la grande crisi”. 

Perchè non mi sono buttata anche io in ambito sartoriale? “Mah, me lo chiedo anche io - risponde Anita - in verità dopo la laurea in filosofia alla Sapienza, mi sono messa a studiare in ambito tech, mi interessava molto il digital. Sono diventata ambasciatrice delle Nazioni Unite per un progetto che si chiama “Connect Albania”. Il progetto è innovatore, utilizza la diaspora albanese per incentivare gli imprenditori, non solo albanesi ma anche italiani, e far crescere Paese. Con “Connect Albania” abbiamo iniziato quest’anno con vari incontri anche se tutti on line”.

“Oltre a “Connect Albania”, sono in una start up che si occupa di smart working e ha sede in Sicilia. Col crowdfunding - spiega Likmeta - abbiamo chiuso una raccolta per investimenti di 250mila euro. Poi sono in un’altra start up, che sta a Catania e Milano, che si occupa di marketing e sta andando molto bene. Le due start up - puntualizza - si chiamano Coderblock e Creation Dose”.

“Il lavoro che faccio mi piace moltissimo - dice ancora Anita -. mi piace creare cose che non esistono, ponti, opportunità. Dall’Albania manco da tanto, non ho più rapporti. Ci sono tornata solo due volte in questi anni, ma l’Albania è un Paese che sta crescendo e ha voglia di cambiare, facendo i conti anche con se stesso, anche se è difficile”. “L’Albania - afferma ancora Likmeta - ha una gioventù che vuole riscattarsi ed è un Paese che merita attenzione. Ci tengo tanto. Tengo tanto al progetto “Connect Albania” che si muove nel solco dei rapporti tra Italia e Albania e vede partecipi anche alcuni ministeri italiani".

"Cerco di rafforzare questo ambito e di contribuire ad una prospettiva nuova. Allo stesso tempo, mi auguro che non si dimentichi la tragedia del popolo albanese, che è quella di tutti i popoli migranti che scappano dalla propria terra verso una direzione che non si sa bene quale possa essere. Oggi l’Albania è come l’Italia degli anni 60, c’é voglia ricostruire un profilo identitario e commerciale”.

“A ben vedere - conclude Anita Likmeta con AGI - l’Italia con l’Albania ha conosciuto la prima ondata migratoria, Lampedusa è arrivata dopo. E mi ricordo bene cosa si diceva degli albanesi in quegli anni: brutta gente, persone da cui stare alla larga. Invece, allargando lo sguardo sull’immigrazione oggi, penso che nigeriani o ghanesi possano essere un’opportunità. Le persone sono una risorsa, sono in grado di creare, a patto che incontrino sulla loro strada interlocutori culturali che possano comprenderli”.