Risse e omicidi tra i giovani? "Troppa violenza nei media e genitori assenti"

Risse e omicidi tra i giovani? "Troppa violenza nei media e genitori assenti"

Intervista allo psichiatra Paolo Crepet: "I ragazzi hanno bisogno di identità ma non la trovano in famiglia e a scuola"

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Paolo Crepet

AGI - Di nuovo l’ennesima rissa tra ragazzi. In piazza. Per strada. Un ragazzo di 17 anni è morto accoltellato a Formia, mentre a Napoli sul lungomare ben due risse tra bande in meno di 24 ore per uno sguardo “di troppo”. Poi ci sono le “risse da movida”, sempre più frequenti. Perché la gioventù è così inquieta? Una reazione al lockdown da Covid?

“Direi, piuttosto, che è una storia vecchia come l’Italia”, risponde il professor Paolo Crepet, sociologo, psichiatra, attento osservatore del mondo giovanile e delle sue sindromi: “Dentro ci sono degli elementi che sono connotati da sempre, e non sono solo italiani, e che riguardano il confronto tra classi sociali, periferia e centro a quelli legati più strutturalmente alla malavita a quelli che lo sono di meno, a scontri di gruppi etnici. Ne ricordo a decine, anche ai miei vecchi tempi”.

Sembra la vecchia storia dei 'Ragazzi della via Pal..."In parte sì, ma oggi molto peggiorata, perché di nuovo rispetto a trenta-quarant’anni fa c’è ad esempio un’enorme esposizione della violenza in tutti media. Basta accendere la tv, da Fox Crime h24 che non c’era quando eravamo ragazzi noi. C’è tutto un apparato espressivo, narrativo, letterario legato a un noir estremo, dagli 'scrittori maledetti' ai 'cannibali' al pulp. Quel che c’è di nuovo, oltre la tv, è la Playstation e giochi non violenti, violentissimi”.

Come ovviare? “Dovrebbe stare al buon senso dei genitori”, risponde Crepet, secondo cui il ruolo dei genitori nel tempo “è venuto meno e questo è un altro elemento del puzzle che è impazzito”.

Perché, spiega il professore, “l’integrità della famiglia rispetto a trent’anni fa è evidentemente evaporata e venuta meno. E per tante ragioni: perché le coppie durano molto meno, perché siamo tutti più liberi e quindi c’è molta meno coesione. Se poi lei pensa che una delle cose che va più di moda oggi è acquistare un marchingegno che si posa sul comodino e che con voce sintetica racconta le favole ai bambini, questo dà esattamente l’idea di quale sia oggi il distacco affettivo tra genitori e figli. Per loro è sempre meno tempo. E andassimo a ritroso con la moviola, dietro al morto di Formia forse troveremmo tutta una serie di spiegazioni che naturalmente non sono causa ed effetto, ma riguardano un fenomeno enorme e preoccupante di distacco emotivo”.

Ma c’è anche una questione morale? C’è meno morale?  “Certamente”, risponde Crepet, “e si vede dagli esempi in generale. Ma c’è anche un altro motivo di enorme importanza: la precoce crescita dei ragazzi, che è un’anticipazione non di maturità ma di ciò che i ragazzi possono fare a 14 anni oggi. È assolutamente sbalorditivo se paragonato a quel che era concesso ai coetanei di trent’anni fa. Un aspetto generalizzato di lassismo che pesa e spinge verso la violenza, tra mancanza di affetti che induce solitudine”.

Ma per lo psichiatra Crepet nella violenza diffusa tra i giovani c’è anche “una componente che è scolastica e progettuale che è anch’essa caduta”. "A scuola ci si va non si sa bene perché, perché poi le possibilità individuali di lavoro, di soddisfazione e realizzazione sono pari a zero e la scuola in questo orizzonte è la grande assente, perché è una scuola degradata, che non. esiste e non riesce più a tenerli. E anche prima di oggi, in cui i ragazzi stanno addirittura a casa per il Covid, c’era poco. Era poco motivante. Con poca autorevolezza e scarso senso si appartenenza diversamente di quando eravamo ragazzi noi. Si apparteneva ad un liceo come si apparteneva ad un modo, con sogni e speranze”.

E la pandemia che ruolo ha giocato? “È stato il colpo finale – dice Crepet – perché si è rivelata un modo per ‘trattenere’, rinchiudere in maniera inusitata, innaturale, mai accaduta nella storia più generazioni, dai bambini piccoli agli adolescenti”.

E il fenomeno delle bande? “Quelle sono sempre state per strada. E finché si poteva stare in una discoteca le risse scoppiavano lì. Ora sono chiuse e ci si sfoga altrove”.

Ma cosa ci mandano a dire questi ragazzi? “Che c’è un bisogno di identità. Loro, chi sono? Ecco, anche tutta la politica della Dad, la didattica a distanza, è stata letta dai ragazzi come un modo per dire che loro sono l’ultimo problema della società degli adulti”.  Secondo il professor Crepet il messaggio inviato è che “è più importante un maestro di snowboard o di sci di un liceo, ed è la pura e semplice verità”.

Quindi un appello disperato? “Anche, dove i social diventano un modo efficace quanto efficiente per darsi appuntamenti di ogni genere. Ovviamente in modo inconscio, ma su cui noi dovremo interrogarci, capire e reagire”.

Lei ha una soluzione? Una proposta? “Se vuole sì, e riguarda una vecchia proposta fatta insieme al professor Bolle tanti anni fa e che ripropongo con forza oggi: portare la maggiore età a 16 anni".

A che scopo? “Questo crea responsabilità, da una parte, ma crea anche diritto. Non sei più un impunito, ma da un'altra parte sei anche uno che vota. E che quindi può anche ribellarsi attraverso altri strumenti, cosa che oggi è impossibile quanto improbabile. Dei giovani in fondo ci importa poco perché non votano... Semmai interessano i giovani, non i ragazzini...

Portare la maggiore età a 16 anni è una dimostrazione di aver capito tutto quello che ci siamo detti finora”, conclude il professor Crepet. Ovvero, “che loro sono anticipati, sono fuori e hanno bisogno di un riconoscimento e che hanno bisogno di una responsabilità e di regole nuove”.