Faide e alleanze, così sono cresciuti i clan della 'ndrangheta del Crotonese

Faide e alleanze, così sono cresciuti i clan della 'ndrangheta del Crotonese

Le cosche della provincia ionica sono al centro dell'operazione "Basso profilo" della Dda di Catanzaro e negli anni hanno esteso la loro egemonia sull'area settentrionale della Calabria, grazie ai proventi dei traffici di armi e droga. Il ruolo del boss detenuto Nicolino Grande Aracri detto "mano di gomma"

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© ¬†Arma Carabinieri -  

AGI  - Ci sono alcune delle principali cosche della 'ndrangheta crotonese dietro le quinte del traffico di fatture false, appalti pilotati e voto di scambio politico-mafioso svelati dall’indagine della Dda di Catanzaro e della Dia che giovedì 21 gennaio è sfociata nell’operazione "Basso Profilo". A cominciare da quella più potente, che nella gerarchia mafiosa è assurta al rango di "Crimine" assumendo così il controllo di tutte le attività illecite nella parte settentrionale della Calabria: il clan Grande Aracri di Cutro che continua ad essere guidato dal boss Nicolino Grande Aracri detto "mano di gomma", malgrado stia scontando una condanna ormai definitiva all’ergastolo nel carcere milanese di Opera.

Le ramificazioni nel Nord Italia

Saldamente radicata nel proprio territorio di appartenenza, negli anni la cosca Grande Aracri ha sviluppato importanti ramificazioni in tutto il nord Italia - a cominciare dall’Emilia Romagna, passando per Lombardia e Piemonte - e anche all’estero, principalmente in Germania dove, fin dai primi anni Novanta, ha reinvestito i cospicui proventi del traffico di droga e armi in attività ricettive. Inoltre, la maxi operazione "Aemilia" del 2015 ha alzato il velo sullo strapotere acquisito dalla cosca negli anni e la sua capacità di infiltrazione nel mondo politico e imprenditoriale, oltre che nelle pubbliche amministrazioni, con il conseguente condizionamento delle elezioni.
 

Alleata dei grande Aracri è la cosca Ferrazzo di Mesoraca, comune della presila crotonese limitrofo a quello di Cutro, guidata da Mario Donato Ferrazzo. Negli anni Novanta il clan, dedito essenzialmente alle estorsioni, al traffico di droga e soprattutto al controllo delle attività economiche legate ai boschi che circondano la zona come il commercio di legname e di castagne, è stato interessato da una cruenta faida interna tra Mario Donato Ferrazzo e il cugino Felice Ferrazzo che ne aveva ridotto il potere e la sfera di influenza criminale. Dopo le decine di arresti che hanno decimato le potenti cosche di Cutro e Isola Capo Rizzuto, il clan Ferrazzo è tornato in auge occupando alcuni degli spazi lasciati liberi dalle altre organizzazioni criminali. In una recente indagine della Dda di Catanzaro, ad esempio, emerge che i Ferrazzo di Mesoraca hanno monopolizzato il traffico di materiale legnoso destinato agli impianti a biomasse del crotonese che si sviluppa sulle banchine del porto di Crotone.

Le estorsioni ai villaggi turistici

 Il clan che domina nella frazione San Leonardo del comune di Cutro, quasi una costola della cosca Grande Aracri, è quello dei Trapasso che estende la sua sfera di influenza sul vicino comune di Botricello, nella provincia di Catanzaro, come testimoniato da un’altra indagine della Dda denominata Borderland che ha svelato anche infiltrazioni mafiose nell’amministrazione comunale. Il core business della cosca guidata dall’ormai anziano boss Giovanni Trapasso, insieme all’usura, è quello delle estorsioni sui villaggi turistici affacciati sul tratto di costa ionica compreso tra Crotone e Catanzaro.
   

Con il ramo dei Mannolo, ai quali sono imparentati, i Trapasso hanno comunque raggiunto un grande potere economico grazie al traffico di droga. Un business, quello della droga, che ha fatto la fortuna di un altro clan del crotonese, quello radicato nella frazione Papanice famosa per le estese coltivazioni di marijuana, guidato da Domenico Megna, tornato da qualche anno in libertà dopo aver scontato una lunga condanna in carcere. La sua assenza dalla frazione ha causato una faida in seno alla cosca nella quale ha perso la vita il figlio del boss, Luca Megna. Il timore che la scarcerazione del vecchio capo potesse dare vita ad una sanguinosa resa dei conti ha tenuto a lungo gli abitanti della frazione con il fiato sospeso. Mico Megna, tuttavia, ha preferito il profilo basso per non pregiudicare la ripresa del traffico di droga. Decimata dagli arresti, come quelli eseguiti nell’ambito dell’indagine Jonny che ha svelato le infiltrazioni sul centro di accoglienza per migranti, ma anche dalla morte di alcuni dei principali esponenti, la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto ha perso negli ultimi anni molto del potere originario, quando era guidata dal vecchio boss Nicola Arena, tornato anche lui in libertà dopo aver scontato oltre vent’anni di reclusione, ormai vecchio e malato. Sicché sulla scena si è riaffacciata la famiglia Nicoscia.