Storia di Savatore, a 76 anni in carcere col virus 
ESCLUSIVA AGI

Storia di Savatore, a 76 anni in carcere col virus 

"L'ultima volta che l'ho visto piangeva e diceva che non ne può più", spiega il legale dell'uomo, che sta scontando un ergastolo e ha diverse patologie 

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AGI  ​- Settantasei anni, positivo al Covid in carcere. E’ la vicenda di Salvatore S. che ha contratto il virus a Opera dove è recluso da 34 anni per reati legati alla criminalità organizzata e ora è stato spostato nell’hub destinato agli infetti a San Vittore.

Il legale, piangeva e mi ha detto che non ne può più

“L’ultima volta che l’ho visto, il 7 novembre, piangeva e mi ha detto che non ne poteva più”, dice all’AGI il suo legale, Eliana Zecca. “Il mio assistito è affetto da numerose e gravi patologie - prosegue il difensore - come si può leggere in una relazione dell’ospedale San Paolo, dove in passato è stato curato, in cui si parla di ‘altissimo rischio di evento acuto anche fatale in paziente diabetico a rischio infarto senza sintomi oltre ad un’aritmia fatale’”.

Per due volte, durante la prima ondata, il suo avvocato ha chiesto al Tribunale della Sorveglianza di Milano di concedergli i domiciliari attraverso l’applicazione del cosiddetto ‘differimento pena umanitario’. Richieste respinte con l’argomento che il detenuto si trovava già ricoverato al San Paolo prima e al Sacco poi per accertamenti. “Una volta dimesso tuttavia - spiega Zecca - era tornata in carcere. Ora si trova a San Vittore dove c’è l’hub in cui vengono trasferiti i positivi e i suoi familiari sono molto preoccupati perché, com’è noto, l’età e le patologie pregresse accentuano i rischi in caso di positività”.

"Un detenuto così non può stare in carcere"

Salvatore S.è in regime di ergastolo ostativo, cioé una pena senza fine che non prevede la concessione di benefici salvo che il recluso non collabori con la giustizia. Tuttavia, nell’ottobre dello scorso anno, la Consulta ha stabilito la parziale incostituzionalità dell’ergastolo ostativo nella parte in cui  subordina la concessione di benefici alla mancata collaborazione, soprattutto quando i fatti siano molto risalenti.

 “Il mio assistito - afferma il suo difensore - non è mai uscito dal carcere se non per andare ai processi o in ospedale. Paga per fatti di più di 30 anni fa e non ha nessuna intenzione di ripristinare i suoi collegamenti con la criminalità e commettere reati. Un uomo nelle sue condizioni, ora col Covid pure, non può restare in carcere”.