"Paura e insofferenza", le voci dei detenuti dalla 'zona rossa'
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"Paura e insofferenza", le voci dei detenuti dalla 'zona rossa'

Contattati dall'AGI attraverso i loro legali, i reclusi nelle carceri lombarde raccontano delle difficoltà a vivere in un contesto, già difficile e sovraffollato, dove il contagio cresce a livelli sempre più preoccupanti

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© Max Ferrero Sync / AGF - Un carcere italiano

AGI -  “Insofferenza” e “paura”. Così un detenuto a Bollate di 58 anni, contattato dall’AGI attraverso il legale che l’assiste, esprime il suo stato d’animo in un momento molto critico per le carceri lombarde dove, ultimo aggiornamento, si registrano 174 detenuti contagiati, accolti in gran parte nei Covid hub di San Vittore e Bollate, 11 ricoverati e 142 operatori in quarantena fiduciaria per positività o contatti con persone risultate positive.

Il virus è entrato perfino nel carcere di sicurezza di Opera dove sono positive quattro persone al 41 bis.

"Gli agenti non controllano in modo adeguato"

“La differenza tra la prima e la seconda ondata  - prosegue - è che ci si assembra al carrello del cibo al piano di appartenenza invece che al piano terra e così pure al ritiro della spesa. I segnali di insofferenza sono palpabili non solo da parte di noi detenuti ma anche da parte degli agenti che non riescono a controllare la situazione in modo adeguato. La direzione ha tentato di tenerci separati per piano durante le ore di aria con il solo risultato che ci hanno lasciati fuori a oltranza fino all  arrivo di una squadra di sorveglianza allertata dalle urla”. Il problema principale, per chi è un articolo 21, come lui, cioè può lavorare fuori dal carcere, è che venga mantenuta la distanza sociale per evitare un eventuale contagio che interromperebbe la possibilità di continuare a ‘camminare’ nel migliore dei modi verso una libertà piena.

Il Garante, bloccare gli ingressi e liberare i detenuti

“In Lombardia c’è poco da fare, più di quello che si fa non si può – riflette il garante dei detenuti di Milano, Francesco Maisto -. Il  problema è che bisogna bloccare o ridurre notevolmente gli ingressi negli istituti di pena, una prassi peraltro  da noi già iniziata con le Procure che valutano in modo appropriato la di sospensione degli ordini di esecuzione. Poi bisognerebbe applicare di più le misure alternative  e si dovrebbe prevedere la liberazione anticipata speciale, come fu fatto con Torreggiani (con la sentenza sul caso di Torreggiani, la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha stabilito il risarcimento per i detenuti vittime di sovraffollamento, ndr). Si parla tanto di ‘ristori’, diamoli allora a chi ha avuto un surplus di sofferenza”.

Non c’è contatto tra contagiati e no, assicura Maisto. Molto, spiega, dipende anche dalla gestione più o meno virtuosa del carcere. “San Vittore e Bollate stanno facendo il possibile. A Opera c’è un problema di comunicazione. L’associazione 'Antigone' ha portato alla direzione l’istanza dei parenti che lamentavano di ricevere poche notizie sulle condizioni dei congiunti, la risposta è stata che i collegamenti li tengono i cappellani”.

I reclusi a Opera, difficile avere i tamponi  

Sulla situazione a Opera, l’avvocato Eliana Zecca segnala di avere ricevuto lettere dai detenuti che assiste in cui ci si lamenta di “perquisizioni  operate attraverso modalità che aumentano sensibilmente il rischio di contagio perché vengono stipati all’interno della saletta adibita alle attività comuni”. Inoltre, “mi vengono segnalate le difficoltà di effettuare tamponi agli asintomatici o a chi ne faccia richiesta, disposto anche a pagarlo da privato, e che mancano medicinali come la Tachipirina”.

Un detenuto di Opera che gode dei permessi fornisce invece un quadro positivo, anche se va tenuto conto che la sua è una prospettiva 'privilegiata' poiché è stata costituita un'area isolata dal resto per chi può uscire. “Siamo molto più preoccupati di quello che accade  fuori – afferma l’uomo, contattato dall’AGI tramite il suo legale -. Noi ‘permessanti’ siamo stati spostati in una sezione dedicata. Ci hanno fatto i tamponi e sono emerse due positività, di cui una rivelatasi poi ‘falsa’. Sono molto organizzati coi tanponi e abbiamo la possibilità di fare delle telefonate’ straordinarie’ alle famiglie per informarli dell’esito”.

Un altro detenuto che può usufruire di permessi, a Bollate, riferisce il disagio di “essere stati chiusi dal 24 ottobre al primo novembre, senza alcun preavviso, con grossi disagi dal punto di vista psicologico e lavorativo ma, a differenza della prima ondata, ci hanno fatto il tampone e, in base alle nuove disposizioni del Dpcm, siamo potuti rientrare al lavoro e possiamo utilizzare i permessi, anche se sono stati annullati quelli di 12/24/36. Abbiamo dovuto firmare la rinuncia per questo tipo di permessi possiamo prendere solo quelli ‘lunghi’”.

Durante la prima ondata, ricorda,  “mi é venuta la febbre a 39 e sono stato messo in isolamento per 10 giorni senza poter contattare la mia famiglia e informarli sul mio stato di salute, Non mi hanno fatto il tampone e, senza sapere se fossi positivo oppure no al Covid, mi hanno portato in reparto mettendo a rischio l’incolumità dei miei compagni”. Si definisce “preoccupato perché dal primo lockdown non è mai avvenuta una sanificazione dell’istituto e spesso e volentieri molti operatori non rispettano le distanze di sicurezza minime raccomandate”. La circostanza della mancata sanificazione viene smentita da Maisto.

"Di fatto i detenuti sono chiusi nei loro raggi"

"Di fatto i detenuti sono chiusi nei raggi, anche quelli che stavano in reparti ‘aperti’, come quello della ‘Nave’ a San Vittore – riflette Antonella Calcaterra, avvocato molto sensibile ai problemi delle carceri che ha partecipato allo sciopero promosso dai radicali per portare l’attenzione sul momento delicato e chiedere l’amnistia -. Possono camminare nel corridoio e partecipare all’ora d’aria, tutto qui. A Bollate alcuni reclusi hanno dovuto lasciare il settimo reparto dove stavano, trasformato in hub Covid, con una certa sofferenza perché si sono sentiti sradicati da celle che sentivano come la loro ‘casa’”.

L’avvocato Valentina Alberta, che fa parte della Commissione Carceri della Camera Penale di Milano, solleva “il problema di chi non è né positivo, né isolato”.

“Nel documento del Provveditorato regionale per l’amministrazione penitenziaria (Prap) si dice che la creazione delle sezioni di isolamento comporta l’accorpamento degli altri detenuti in una situazione di carceri giù sovraffollate. Questo, oltre a deteriorare le condizioni di vita, significa un ulteriore rischio di contagio perché, per far spazio agli isolati, si verifica lo schiacciamento degli altri. A parità di numeri fare spazio per positivi e isolati aumenta il pericolo. Si dice che ci sono tanti positivi ma sintomatici pochi, ma se il contagio continua a crescere le condizioni di vita per chi vive nei reparti 'normali' diventano terrificanti".