Il sindaco nominato sotto una tenda, la ricostruzione di Sant'Angelo guidata da una donna 
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Il sindaco nominato sotto una tenda, la ricostruzione di Sant'Angelo guidata da una donna 

La scossa del 23 novembre 1980 rase al suolo il paese irpino e tra i deceduti nel crollo degli edifici c'erano parroco e primo cittadino 

Terremoto Irpinia Basilicata sindaco donna

© Agf - Terremoto Irpinia

AGI - Il paese intero raso al suolo, con le case in pietra del centro storico sbriciolate, ma anche gli edifici più moderni e l’ospedale ridotti in polvere e macerie.

Tra le 482 vittime della notte del 23 novembre 1980 anche il parroco, sindaco Guglielmo Castellano e il capitano dei carabinieri, che prima di morire, sepolto dalle macerie impartì gli ultimi ordini per organizzare i soccorsi. Due giorni dopo, sotto una tenda, quel che restava del consiglio comunale si riunì e scelte una giovane donna per il momento più drammatico. Rosanna Repole divenne sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi e coordinò i soccorsi, poi gli aiuti, e infine la ricostruzione.

Più volte riconfermata primo cittadino negli anni a seguire, Repole quella sera si trovava nella biblioteca dell’Episcopio. “Io parto dal ricordo di una giornata splendida – dice -  che sembrava quasi una giornata primaverile, non autunnale, e nulla poteva portare a pensare che poi ci sarebbe stata una grande tragedia. L'unica sensazione che ho avuto in quel momento di avere i libri della biblioteca tutti in testa. Abbiamo quasi fatto fatica a capire se era la casa che non reggeva, perché era una casa vecchia, oppure era il terremoto”.

E poi la fuga in strada fino alla cattedrale. "Da lì si è avuta la percezione chiara, netta che era un terremoto – ricorda - quale fosse la dimensione è stato un po' difficile capirlo. All'inizio si pensava che forse erano crollate le case perché erano case vecchie del centro storico, invece poi quando siamo passati sotto il campanile e c'è stata una scossa ed è crollato anche il campanile, abbiamo cominciato a percepire che la tragedia era grande, che era crollato un paese e che un sacco di persone erano sotto le macerie”.

Le polemiche

Da sindaco in prima linea per i soccorsi e per la ricostruzione, Repole cerca un punto di equilibrio tra le polemiche anche ingiuste e una realtà difficile. “Dei soccorsi di cui tanto si è parlato. Eravamo in un luogo abbastanza decentrato rispetto al resto dell'Italia – sottolinea - e quindi è stato anche normale, e purtroppo sono arrivati con quelle 48 ore di ritardo che poi hanno ingenerato tante stigmatizzazioni”. Ma poi il cambio di passo e l’ex sindaco indica il momento preciso in cui è arrivata l’improvvisa accelerazione.

“Molto è servito il discorso di Sandro Pertini – dice riferendosi alla visita del presidente della Repubblica in Irpinia, anche per rimuovere il prefetto di Avellino che era scappato per portare in salvo la famiglia dal palazzo di governo in parte crollato -  quando venne, scosse veramente le coscienze, quasi dando una scudisciata alle persone. Poi c'è stata quella reazione italiana che si è declinata in giovani, docenti, operai, oltre alle forze dell'ordine e ai vigili del fuoco che hanno risposto a quell'appello e hanno dato una prova di sensibilità e di solidarietà grandissima. E penso sia stata una delle ultime volte che in Italia c'è stata veramente l'unità tra Nord e Sud del Paese”.

La ricostruzione

La ricostruzione portò un altro vespaio di polemiche e per l’ex sindaco il punto critico della gestione è nella scelta di allargare la cosiddetta area del Cratere. “Qualche sbaglio c’è stato ed è giusto sottolinearlo – spiega Repole – dove è stata data la responsabilità ai Comuni, ai sindaci, ai consigli comunali c’è stato sufficiente controllo sociale. Parte delle polemiche fu generata  dagli sperperi legati alle aree industriali, ma anche da un allargamento a dismisura dell'area del terremoto, a partire da Napoli. Siamo partiti con il primo decreto, con un pugno di comuni, siamo arrivati a 600 e più. Questo ha portato a una lievitazione della spesa a danno delle comunità che veramente erano state distrutte”.

Accanto alla ricostruzione urbanistica, quella sociale. Ricostruire la comunità fu l’impegno più corposo. “Sant'Angelo dei Lombardi era un centro burocratico –ricorda - con gli uffici, con il tribunale, l'ospedale l'episcopio, gli uffici finanziari. Oggi è rimasto ben poco di tutto. C'è un ospedale che in questi anni e in questi giorni in particolare ci fa discutere perché è stato molto falcidiato nelle sue funzioni di emergenza. Quando si deve ricostruire una comunità, sapendo che negli anni ti sono state tolte delle cose che non ti ha tolto il terremoto, sapendo che oggi tutti i paesi dell'area appenninica vivono il problema dello spopolamento, della desertificazione, diventa difficile dare un messaggio anche ai giovani per ricostruire la comunità. Però è su questo che bisogna impegnarsi”.