Diasorin e i camici, le due inchieste lombarde sul Covid

Diasorin e i camici, le due inchieste lombarde sul Covid

Le indagini che coinvolgono la centrale appaltante della Regione vedono tra gli accusati anche il presidente Attilio Fontana. I magistrati di Pavia investigano invece su un presunto accordo tra l'ospedale San Matteo e la multinazionale farmaceutica per la convalida dei test sierologici in cambio di royalties per l'istituto

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© Claudia Greco/AGF - Attilio Fontana

Oltre ai 25 fascicoli aperti a Milano sulle morti nelle Rsa, sono due le inchieste che, ad oggi, puntano il dito contro la gestione dell'emergenza Coronavirus in Lombardia. Da un lato l'inchiesta sul 'Caso camici', nelle mani dei pm milanesi Luigi Furno, Paolo Filippini, e Carlo Scalas, coordinati dall'aggiunto Maurizio Romanelli; dall'altro, l'attività della procura di Pavia sull'accordo tra l'ospedale San Matteo e la multinazionale farmaceutica Diasorin, per la convalida dei test sierologici, in cambio di royalties per l'istituto pubblico.

Nel primo caso la magistratura sta cercando di approfondire la vicenda della fornitura camici. L'inchiesta è partita con la perquisizione della Gdf (Nucleo polizia economico finanziaria) per acquisire documenti nella sede di Aria Spa, la centrale appaltante della Regione: proprio l'ex direttore generale ed ex ufficiale della guardia di finanza, Filippo Bongiovanni (che ha poi chiesto di essere spostato dall'incarico) è stato il primo iscritto nel registro degli indagati, insieme ad Andrea Dini, titolare della Dama Spa, e cognato del governatore Attilio Fontana. A maggio, la società, che partecipa ai capitali di Paul&Shark - in base a quanto ricostruito fino ad ora dagli inquirenti - aveva stipulato con la Regione un accordo per la vendita di 75mila camici e altri dispositivi, per un totale di 530 mila euro. 

Poco dopo che trasmissione giornalistica Report aveva messo gli occhi sulla vicenda, il presidente lombardo si sarebbe attivato per trasformare la partita in donazione. Ma non solo: i pm sono convinti che Fontana sapesse dell'operazione, anche prima delle domande che gli avevano posto i giornalisti in un'intervista, e anzi avrebbero raccolto le prove documentali di un passaggio di denaro per risarcire il cognato della perdita di guadagno. La ditta, peraltro - dopo il fallimento dell'accordo - avrebbe lasciato alla Regione solo 50 dei 75 mila camici pattuiti, tentando di rivenderne 25 mila sul mercato ad un sovrapprezzo.

Di ieri la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati, a Milano, del presidente lombardo, con l'accusa di frode nelle pubbliche forniture; un capo di imputazione che si aggiunge alla turbata libertà nella scelta del contraente ipotizzata per gli altri due indagati. Dal canto suo la difesa di Fontana, definisce "oscuri" i motivi per cui il presidente è stato iscritto proprio per quel reato. Oggi è salito a 4 il numero degli indagati. 

Si muove parallela l'inchiesta della magistratura pavese - pm Mario Venditti e Paolo Mazza - sull'accordo tra ospedale San Matteo e Diasorin. Anche qui l'ipotesi è di turbata libertà nella scelta del contraente, a cui si aggiunge l'accusa di peculato. I magistrati pavesi sono convinti che l'istituto di ricerca e cura abbia messo a disposizione di un'azienda privata le risorse materiali e immateriali pubbliche a favore di una multinazionale farmaceutica, garantendole un 'parco' di pazienti e ricercatori per sperimentare i test sierologici, in cambio di royalties per ogni pezzo venduto, una volta validato e messo sul mercato il prodotto. Anche in questo caso l'azienda sanitaria si difende, con il presidente Alessandro Venturi: "La ricerca in Italia è libera. Rivendichiamo il nostro operato".