Droga e torture nella caserma di Piacenza, arrestati sei militari

Droga e torture nella caserma di Piacenza, arrestati sei militari

Sequestrata la struttura dell'Arma nella città emiliana. La Procura: illeciti più gravi durante il lockdown. Obiettivo delle sevizie non era solo procacciarsi stupefacenti ma anche ottenere false confessioni da piccoli spacciatori in modo da guadagnare meriti rispetto ai colleghi

 Caserma Piacenza carabinieri

La caserma dei carabinieri di Piacenza posta sotto sequestro

AGI -  Pestaggi, torture, arresti illegali e spaccio di sostanze stupefacenti. Una caserma sequestrata, 10 carabinieri sottoposti a misure, di cui 6 arrestati (cinque in carcere ed uno ai domiciliari). Sono i numeri dell'operazione "Odysseus" coordinata dalla Procura di Piacenza e condotta dalla guardia di finanza. 'Azzerata' la caserma Levante di via Caccialupo: 7 militari su 8 sono infatti stati sottoposti a misure cautelari. "Non c'è stato quasi nulla di lecito in quella caserma", ha detto il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella aggiungendo poi che "gli illeciti più gravi contestati sono stati commessi in pieno lockdown con disprezzo delle più elementari regole di cautela" disposte dal governo.

La città emiliana, al confine con la Lombardia, è stata infatti una delle più colpite dal coronavirus per la sua vicinanza con il primo focolaio di Codogno. Ai militari dell'Arma, vengono contestati, a vario titolo i reati di: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali aggravate, peculato, abuso di ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, perquisizioni ed ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata e truffa ai danni dello Stato.

"Hai presente Gomorra?"

"Sono una serie di reati impressionanti se si pensa che sono stati commessi da militari dell'Arma dei carabinieri", ha osservato il pm. Comportamenti stile 'Gomorra', con tanto di pestaggi e torture (si ipotizza anche la forzata ingestione di acqua) a piccoli pusher finalizzati, tra le altre cose, ad ottenere auto-calunnie per giustificare i successivi arresti, è la cornice delineata nel quadro accusatorio. "Ho fatto un'associazione a delinquere, ragazzi...siamo irraggiungibili": a parlare, come riporta una delle intercettazioni 'simbolo' dell'inchiesta è uno dei carabinieri arrestati. "Hai presente Gomorra? Le scene di Gomorra, guarda che è stato uguale!...ed io ci sguazzo in queste cose. Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato", un'altra frase agli atti dell'inchiesta.

Gli inquirenti contestano episodi a partire dal 2017. L'indagine si è sviluppata, in soli sei mesi, incrociando le informazioni fornite da un ufficiale dei carabinieri alla polizia locale piacentina e i dati emersi da alcune indagini delle fiamme gialle sullo spaccio di droga. Al centro degli accertamenti i giorni drammatici dell'emergenza Covid. Secondo l'accusa, ad esempio, un carabiniere fornì un'autocertificazione ad un pusher 'amico' in modo da permettergli di raggiungere la Lombardia per rifornirsi di droga durante il lockdown. Per i militari coinvolti nell'inchiesta "non vi era non solo l'obiettivo di procacciarsi la sostanza stupefacente - ha detto il procuratore capo di Piacenza - ma anche di sembrare più bravi degli altri" ottenendo un alto numero di persone arrestate. "Peccato - ha precisato il pm - che questi arresti si basavano su circostanze inventate e falsamente riferite al pubblico ministero di turno. I militari dell'Arma erano accompagnati da una sorta di auto-esaltazione per essere più bravi dei colleghi di altre caserme".

Le feste dell'appuntato durante il lockdown

Figura di spicco nell'inchiesta è un appuntato della stazione Levante. Una villa con piscina, un'auto e una moto, oltre a 24 conti correnti gli sono stati sequestrati nel corso delle indagini. Il militare, hanno ricostruito gli inquirenti, organizzò una festa nel giardino della propria abitazione. Una vicina di casa chiamò il 112 segnalando un assembramento. "La pattuglia te l'ho mandata perche' non sapevo che era casa tua", sono le parole attribuite, in un'intercettazione, al militare intervenuto ed in servizio presso la centrale operativa. "Voglio capire un attimo se è la mia vicina, giusto uno sfizio che mi volevo togliere", ha replicato il padrone di casa. "Te la faccio sentire abusivamente, non ti preoccupare", la risposta del collega del 112.

"È evidente che questo carabiniere - ha detto il procuratore capo di Piacenza - che ha il grado di appuntato esercita un potere intimidatorio di tipo criminale non solo nei confronti dei suoi colleghi ma anche su altri militari indagati non appartenenti alla stazione Levante". Gli inquirenti contestano anche alcuni episodi di pestaggi e di torture in caserma a pusher finalizzate all'ammissione del reato e alla rivelazione dei luoghi dove detenevano la sostanza stupefacente. Agli atti dell'inchiesta c'e' anche l'audio di un presunto pestaggio in cui "si percepisce la sofferenza del soggetto che non era sottoposto ad alcun provvedimento da parte dell'autorità giudiziaria. Era vittima di un sequestro di persona. Più volte nel corso della registrazione si sente il soggetto quasi come se stesse soffocando. Temiamo che sia stata utilizzata anche la forzata ingestione di acqua", ha detto il pm. 

Il Comando: "Totale sostegno all'autorità giudiziaria"

"Totale sostegno all'autorità giudiziaria" viene manifestato dal Comando generale dell'Arma dei carabinieri che ha poi precisato che "è stata immediatamente disposta la sospensione dall'impiego nei confronti dei destinatari del provvedimento giudiziario, nonché la contestuale valutazione amministrativa dei fatti per adottare, con urgenza, rigorosi provvedimenti disciplinari a loro carico".

Il gip Luca Milani, nel concludere la corposa ordinanza di 900 pagine ha parlato di un "atto di giustizia" dedicato ai servitori dello Stato uccisi, il 19 luglio 1992, nella strage di via D'Amelio in cui fu persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. "Nel concludere la stesura di questo provvedimento basato sulle risultanze investigative trasmesse tempestivamente dal pm - ha scritto il gip - il pensiero non può che andare al caso il quale ha voluto che la data di conclusione del presente lavoro sia la stessa in cui 28 anni fa, servitori dello Stato - di tutt'altro spessore rispetto agli odierni indagati - persero la vita compiendo il proprio dovere. A loro si dedica questo atto di giustizia".