Quelli che il 4 maggio non vogliono uscire da casa

Quelli che il 4 maggio non vogliono uscire da casa

“Il lockdown ci ha fatto rientrare tutti al sicuro nel ventre materno”. La psicoterapeuta Parsi paragona il forzato periodo casalingo a una gestazione accudente. Ecco perché molti ci si trovano così bene e non vorranno uscirne

fase coronavirus 4 maggio resto a casa

© Stuart Pearce / Agf 
- Restare a casa

Immaginate la casa “come  un ventre materno” che nei nove mesi di gestazione accoglie e nutre senza chiedere nulla in cambio. E’ la metafora utilizzata dalla psicoterapeuta Maria Rita Parsi con Agi per spiegare il ruolo delle mura domestiche durante la reclusione forzata, analizzando il fenomeno di quelli che in casa ci si trovano talmente bene da temere il ritorno a una vita normale dopo la fine del lockdown.

Perché a fronte della maggioranza che scalpita e conta fremendo le ore che lo separano dal 4 maggio e alla relativa possibilità di precipitarsi in strada, verso congiunti e “affetti stabili”, c’è anche chi avendo ritrovato ritmi, profumi, letture, visioni e lentezze normalmente sopraffatte dalla stressante quotidianità, guarda con preoccupazione a quando tutto ciò finirà.

I precedenti non mancano: patologici, come il fenomeno dello “hikikomori”  con gli adolescenti giapponesi autoreclusi dentro le loro camerette, senza nessun contatto con l’esterno, e anche letterari, come “La tana” il racconto di Kafka in cui il protagonista si dedica ossessivamente alla costruzione del suo rifugio, uscendo giusto per procurarsi il cibo, un po’ come noi nel lockdown, illudendosi di poter vivere felicemente isolato dal mondo esterno.

Se la casa è diventata davvero una sorta “ventre”, come si spiega da un punto di vista psicologico la felice accettazione di una reclusione embrionale imposta dall’alto?

“La reclusione di questi mesi ha dato vita a una regressione: è come se fossimo tornati in un grembo materno che ti accoglie senza chiederti nulla in cambio. Il fatto poi che sia una reclusione obbligatoria fa cadere i sensi di colpa legati al rallentamento del ritmo e alla rinuncia a uscire nel mondo per affrontare sfide lavorative e personali. La casa è diventata un luogo di sollievo, dove non esiste il pericolo di intrusioni e aggressioni esterne e dove si può essere pigri senza doversi giustificare. Le uniche imposizioni del ritiro sono quelle di cibarsi dal punto fisico e mentale, ovvio che ci si trovi bene. Ovviamente stiamo parlando di simboli che devono fare i conti con la realtà: non per tutti la casa in questo momento è una tana protettiva, c’è chi deve fare i conti  con appartamenti sovraffollati, con dinamiche familiari complesse o con grandi preoccupazioni professionali. Ma soprattutto per chi ha un lavoro dipendente o comunque un reddito fisso, la scoperta di poter lavorare da remoto, senza orari rigidi innesca il desiderio di voler continuare questa nuova vita, priva di troppe pressioni esterne”.

Il sogno di restare in casa anche dopo la fine del lockdown è più femminile o maschile?

“Più maschile, perché le donne tradizionalmente frequentano la casa di più e per la maggior parte rappresenta un lavoro aggiuntivo rispetto a quello esterno. Agli uomini la reclusione forzata da coronavirus ha offerto una condizione più nuova, un rientro all’interno di una protezione quotidiana e un’occasione per poter stare di più con i figli, scoprire l’hobby della cucina, vedersi una serie tv senza sensi di colpa, ritrovare tempi nuovi”.

Quindi il ritiro forzato sta facendo bene alla nostra mente?

“Sta agendo su due fronti  molto importanti delle nostre vite: il tempo e la prossemica, costringendoci a rivedere i cardini su cui scorreva il primo, dalla scuola, al lavoro allo sport dei figli e a rivedere la distanza che ci separa dagli altri. Due grandi rivoluzioni esistenziali con le quali ci si può rapportare in positivo, ripensando ai tempi della nostra vita, a conoscere meglio noi stessi, le nostre luci e le nostre ombre ma che possono tendere anche delle trappole”.

Quali?

“Il ritiro forzato può inibire le energie che mettevamo in atto nella vita normale. Le stiamo conservando come un tesoro ma c’è il rischio che per qualcuno, restando troppo nel freezer, si congelino e si riveli poi difficile rimetterle in moto”.

Che cosa succederà alla fine del lockdown?

“Per la stragrande maggioranza arriveranno le doglie, la spinta naturale a rinascere e a uscire dal grembo casalingo che ci ha cullato, e lo si  potrà fare, appunto con una nuova consapevolezza di se stessi concessa da questo tempo sospeso. Qualcun altro, tra quelli che avranno sviluppato una certa dipendenza dalla situazione di relax  sarà meno entusiasta. La sospensione estetica, ad esempio, è vissuta come una sofferenza da chi non può sopportare una certa trascuratezza imposta dalla chiusura di parrucchiere ed estetisti, ma per altri, soprattutto altre, è liberatorio potersi concedere e senza bisogno di giustificarsi, la tuta e il viso senza trucco.  Ma se qualcuno arriverà a barricarsi in casa non sarà per problemi psicologici nati con la clausura da coronavirus, ma per patologie preesistenti”.

Quand’è che bisogna cominciare a preoccuparsi?

“Quando ad esempio si esagera con le ore passate davanti al computer il sonno. La reclusione di questi giorni ci ha concesso un rapporto già rilassato con la sveglia, ma indugiare nel sonno è una forma di evasione che può evidenziare forme di depressione”.

Ne usciremo migliori è solo uno slogan?

Riacquistando la consapevolezza di noi stessi, assumendoci la responsabilità delle nostre vite e anche dei nostri fallimenti sì.