"Non ci siamo resi conto di cosa stava accadendo". Parla il cappellano del Pio Albergo Trivulzio

"Non ci siamo resi conto di cosa stava accadendo". Parla il cappellano del Pio Albergo Trivulzio

"Se qui ci sono delle responsabilità personali io non lo so, ma, se fosse dipeso da me, avrei aspettato a scatenare questa bufera", dice Don Carlo Stucchi 

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© ¬†Claudia Greco / AGF - Pio Albergo Trivulzio

“Con l’arresto di Mario Chiesa si vide subito dove stavano il male e la colpa, qui il ‘nemico’ è invisibile ed era difficile capire subito come agire. A posteriori si sarebbe fatto diversamente”. Don Carlo Stucchi, 77 anni, è lo storico cappellano del Pat.

“Entrai qui pochi mesi prima che scoppiasse tangentopoli - racconta all’AGI -  e, vista l’età, me ne andrò dopo la bufera del coronavirus. Allora pensavo di restare tre anni ma, dopo quanto accaduto, ho percepito che potevo essere di qualche utilità. Un sentimento che permane ancora oggi  e che si esprime negli incontri con le persone. Non ricordo di essermi mai annoiato, c'è sempre da scoprire un mondo". 

Quello che ora don Carlo vede è “un volto unico di sofferenza. Non c’è solo la sofferenza degli anziani, dei malati, dei familiari ma anche del personale medico infermieristico, tecnico amministrativo. Tutti ne sono coinvolti. Sento ripercuotere dentro di me il mistero della sofferenza umana concreta e palpabile.  Anche di chi ha il peso delle responsabilità. Sono accusati di non aver provveduto. Forse. Io stesso mi sono reso conto tardi di quello che realmente e drammaticamente stava accadendo. Un piccolo episodio: quando nei primi giorni di marzo il direttore sanitario mi ha dato camice, guanti e mascherina, mi sono trovato imbarazzato. Per un po’ di tempo li ho lasciati lì. Temevo di porre un ostacolo al mio compito di approccio all’ascolto di persone già per tanti motivi in difficoltà a mettersi in relazione. Lentamente mi sono reso conto che si stava entrando come in uno stato di guerra dalle conseguenze dirompenti. Lo dichiaravano i dispacci che provenivano da tutte le testate televisive con le disposizioni da adottare in società. Qui mi era vietato l’accesso nelle stanze in isolamento e poi addirittura in interi reparti”. 

Don Carlo spiega di avere preso coscienza della situazione "quando ho cominciato a essere chiamato ad amministrare il sacramento dell’olio dei malati, che in questi casi era l'estrema unzione: una dottoressa mi veniva incontro per accompagnarmi nella stanza dei presidi sanitari, disinfettante prima durante e alla fine, copri scarpe, camice, mascherina, guanti, copri capelli. Poi tutto nel sacco di smaltimento. Ho percepito che il male era molto insidioso”.  

La reazione degli ospiti è stata, ai suoi occhi, inaspettata. "Ho trovato pazienti con mia sorpresa collaborativi e vogliosi di cure, fiduciosi dei loro medici. Erano più preoccupati che i loro cari venissero contagiati che della loro salute. L’ho trovata una cosa bellissima”. Secondo don Carlo, "tante persone pensano di trovarsi in una situazione privilegiata, rispetto a quello che sarebbe capitato ammalandosi a casa. In quel caso avrebbero dovuto ricorrere a un pronto soccorso senza la presenza dei loro cari. Qui sono in un ambiente che conoscono, dove vengono assistiti”.

Don Carlo ricorda un'altra epoca contrassegnata da lutti in serie. “E’ vero sono stati tanti decessi nel mese di marzo, 18 più dello anno scorso. Ma questo numero non mi ha sorpreso perché in passato nei picchi di freddo o caldo si raggiungevano questi numeri. Non c’erano semplicemente i condizionatori. Erano gli anni ’90. Il numero dei decessi è salito ancora nel mese di aprile”. 

C’è un aspetto importante però che fa la differenza. “In questi due mesi la cosa che più mi ha colpito è stato il non trovare più nel loro letto pazienti che non mi avevano manifestato sintomi di particolare gravità nei giorni precedenti.  Questo virus mi si è rivelato con sgomento in tutta la sua potenza distruttiva”.  

Sottolinea che “lo stesso sgomento leggeva sui volti di medici infermieri dirigenti. Preoccupati di mettere in atto le istruzioni che venivano impartite dall’alto. Cosa sia avvenuto io non lo so. Credo che non ci si sia resi conto bene di quanto stava accadendo. Anche altri Paesi, dove il contagio  è arrivato dopo di noi, sono stati  spiazzati. Sono certo che  medici e infermieri abbiano fatto quello che potevano e sapevano fare. Quella carica umana, di cui sono testimone nella ordinarietà,  diviene in queste occasioni manifestazione di amore più forte della realtà di distruzione”.

“Se qui ci sono delle responsabilità personali io non lo so, ma, se fosse dipeso da me, avrei aspettato a scatenare questa bufera lasciando operare con la maggior serenità possibile. La priorità sono le persone”.

Ma allora perché i primi a dividersi sull'interpretazione di quanto successo sono stati proprio i medici? “Non lo so. So che certa conflittualità raffredda gli animi, assorbe energie preziose e impedisce di vedere il vero bene comune e soprattutto dei più fragili e indifesi. Occorre anche il tempo della giustizia che dirà chi dovrà pagare e chi dovrà avere un elogio lo avrà. Ora, credo, non sia il tempo della denuncia ma della cura, del capire e dell’operare”.