"Le stragi le fa la mafia, qui si è curato". Parla un medico del Pio Albergo Trivulzio 

"Le stragi le fa la mafia, qui si è curato". Parla un medico del Pio Albergo Trivulzio 

Vincenzo Cimino spiega il suo punto di vista sulle bare in Chiesa e su quella che definisce "una lotta interna"

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©  Claudia Greco / AGF - Pio Albergo Trivulzio

Vincenzo Cimino, endocrinologo in servizio al Pio Albergo Trivulzio ha risposto ad alcune domande poste dall'Agi nel merito di quello che è successo nella struttura durante l'emergenza da Covid-19.

La magistratura, parte della politica e alcuni operatori sanitari ipotizzano che da voi ci sia stata una strage silenziosa.

Non c’è stata nessuna strage, io che sono siciliano so bene qual è il significato di questa parola. Sentirla usare in riferimento al Pat mi uccide e mi indigna profondamente. Il vero, grande reato è che nessuno sa niente del coronavirus, come dimostra il fatto che, di giorno in giorno, anche le più prestigiose riviste scientifiche si ‘smentiscono’. Siamo in una condizione di sapere e non sapere, da studioso voglio essere provocatorio: io non ho mai letto delle linee guida del Ministero della Salute o dell'Istituto Superiore della Sanità su come gestire l'emergenza  nelle comunità. Perché una Rsa è prima di tutto un concetto sociale. 

Nella storia della Baggina non si sono mai viste della bare riposte nella cappella della struttura.

In un primo momento di fronte a questa immagine atroce, anch’io ho vissuto un attimo di pathos, poi ci ho riflettuto. In qualsiasi struttura la sala mortuaria non è un padiglione, ma sono due-tre stanzette. Quando muore un caro, chiami il medico e le pompe funebri che ti dicono ‘tu piangiti il morto, al resto ci pensiamo noi’. Ma a un certo punto è stato detto che non c’era più posto nei cimiteri e l’unico polo crematorio a Milano, quello di Lambrate, è  stato chiuso. Le salme che devono essere cremate vengono portate fuori dalla città. Se le salme non hanno dove andare, ecco spiegato perché si sono accumulate lì. A chi ha scritto che è stata una ‘ferita per Milano’ domando: voi dove avreste portato queste persone?’.

Quindi non c’è stato un numero di decessi esorbitante rispetto al ‘normale’?

Il numero delle persone morte va inquadrato tenendo presente la quantità di ospiti all’interno della struttura, persone che, per l’età elevata e la presenza di comorbilità, sono quelle più fragili rispetto al contagio. Gli ospiti sono mille e nel primo trimestre ne sarebbero morti 174, questo ha una proporzione. Ho sentito un dirigente della Val Seriana dire in tv che lì sono morti 36 su 80, è ben altro dato. Questo mi fa pensare, ma non se è la verità perché non lavoro nella rsa del Pat, che i pazienti hanno avuto una cura. 

Da cosa sono stati curati se nei bollettini di febbraio e marzo non si parla mai di pazienti Covid-19?

In questa intervista parlo a titolo personale, da medico e anche da ricercatore e allora dico che la condizione di positività non cambia la prognosi del paziente. Oggi che non sappiamo come si cura il Covid, la terapia cambierebbe? No, nel senso che una polmonite interstiziale, che si presume determinata dal virus, viene curata secondo linee guida che la comunità scientifica mondiale prevede.

Ma i farmaci, come il Plaquenil o altri dati negli ospedali, sono stati somministrati a questi pazienti?

Io questo non lo so. Sul perché non siano stati fatti i tamponi tranne in un caso, in una struttura esterna, faccio osservare che  fare un tampone è un atto medico che va giustificato, a maggior ragione in pazienti molto anziani ospiti di una struttura dove i geriatri sanno come curare una polmonite.

Alcuni operatori riferiscono di non avere avuto le mascherine e, anzi, gli sarebbe stato vietato metterle. Lei ha avuto i dispositivi?

Ho avuto una mascherina dal 23 febbraio. Suppongo sia stato lo stesso anche per gli altri. 

Anche tra di voi medici c'è stato chi ha attaccato il direttore Giuseppe Calicchio, che è indagato, perché?

Sono garantista, però non c’è stato giorno nella mia vita professionale qui  che la sigla sindacale da cui è partito tutto questo non abbia attaccato il direttore. E’ una lotta tra le parti, allora? Il sentimento che ha albergato in gran parte di noi nei confronti del direttore è stato che ha sempre parlato con tutti, te lo trovavi all’improvviso in laboratorio , era una presenza fisica  importante che ha sempre voluto capire. Per dire, era uno che andava anche dai pazienti in stato vegetativo per capire le cose come andavano. Una mia considerazione personale è che se una persona di quello spessore in questo anno e mezzo si è comportato in un certo modo, seguendo sempre i criteri e quello che carta canta, auspico che abbia fatto anche in questo caso tutto quello che gli veniva detto di fare. Di sicuro sarà importante l’analisi dei documenti acquisiti in Regione.