La satira non deve fermarsi di fronte al coronavirus, dice Vauro

La satira non deve fermarsi di fronte al coronavirus, dice Vauro

 "Che in tempi drammatici ci sia una lettura non convenzionale delle prese di posizione rispetto a quello che sta accadendo, è addirittura indispensabile", spiega il vignettista all'AGI

vauro coronavirus satira intervista

© Cristiano Minichiello / AGF 
- Vauro

La domanda è storica, ai limiti dell’amletico: quali sono i limiti della satira? In situazioni di normale amministrazione, quando al centro della battuta c’è il politico di turno, l’avvenimento social del mese, la gaffe, il quotidiano divenire della società, allora tutto è più leggero, la suddetta domanda è posta sottovoce e l’interesse nei confronti della risposta piuttosto relativo.

Ma in tempi come questi che stiamo vivendo, con il mondo colpito duramente allo stomaco da un virus invisibile che miete vittime oggi e conseguenze economiche drammatiche ci prospetta in un futuro ormai prossimo, è giusto incidere una linea sulla terra oltre la quale ridere, sdrammatizzare, utilizzare la risata per esprimere un concetto, per stimolare un ragionamento, non è lecito?

Il noto vignettista Vauro, 65 anni, Premio satira politica di Forte dei Marmi nel 1996, spesso accanto a Michele Santoro in diverse avventure televisive, non ha dubbi: “Assolutamente no. Perché la satira è un modo di raccontare la realtà che stiamo vivendo, è una lettura che cerca un’angolazione diversa da quella del conformismo, purtroppo nei momenti drammatici, spesso particolarmente nei momenti drammatici come questo, il conformismo diventa addirittura pensiero unico. Per cui che ci sia una lettura satirica, perlomeno non convenzionale, delle prese di posizione rispetto a quello che sta accadendo, è addirittura indispensabile”

Quindi la satira non ha limiti?

“Non ho mai capito bene questa storia dei limiti, sia in periodi drammatici sia in altri periodi. Tra l’altro ogni periodo ha la sua drammaticità, questa è solo una tragedia che ci riguarda da vicino ma non è di certo la prima tragedia. Noi viviamo in un paese dove, per esempio, i morti sul lavoro sono mediamente tre alla settimana. Ci sono tragedie alle quali siamo abituati e non consideriamo tragedie. Il mar Mediterraneo è diventato una fossa comune e non la viviamo come una tragedia”

Se tu non ti poni limiti nel tuo lavoro, senti che il pubblico italiano li ha? Tipo “si può ridere fino ad un certo punto, oltre no”?

“Quando parlo di conformismo parlo proprio di questo, è diventato purtroppo una sorta di senso comune che ci siano temi che sono sacrali. Per l’opinione pubblica fare satira sul coronavirus significa offendere i morti; questo è un mantra che posso valutare attraverso le minacce che mi arrivano”.

C’è stata in questo periodo una vignetta che hai fatto e ti è venuto il dubbio “No, questa forse è troppo”?

“Sinceramente io faccio vignette proprio perché sono ricco di dubbi. Se avessi dogmatiche certezze probabilmente farei un altro lavoro. Io credo che la vignetta, come la satira, lasci libertà di interpretazione, che è insita nel discorso satirico. Se serve a qualcosa, ammesso che serva a qualcosa, serve proprio a coltivare il dubbio”.

Che differenza c’è tra satira e comicità?

Sono due cose diverse, ho sempre detto che la comicità nella satira c’è ma può essere un effetto collaterale. La satira non è la ricerca della risata, tant’è che purtroppo non è la prima volta che mi succede di usare il linguaggio satirico, che è quello che più mi è consono, in situazioni di tragedia”

E tu sei stato testimone di diverse situazioni tragiche…

“Io ho fatto vignette dall’Iraq, sotto i bombardamenti, dall’Afganistan sotto i bombardamenti; certo quelle non erano valutate come tragedie perché avvenivano lontano, io però non ero lontano, ero là. Sento che viene usata costantemente questa orrenda metafora: ‘siamo in guerra’, chi la usa in guerra non c’è mai stato. Io purtroppo si. Non sto dicendo che non esiste l’emergenza coronavirus né sto dicendo che dobbiamo uscire tutti ad abbracciarci, sto dicendo semplicemente che stiamo vivendo in maniera inquietante mesi di scuola dell’obbedienza che una qualsiasi dittatura politica si sognerebbe”.

Dici quindi che parallelamente alla crisi sanitaria dobbiamo stare attenti anche al contesto…?

“Qui siamo arrivati a cittadini che fanno delazioni su quello che supera i 300 metri da casa sua, siamo convintamente chiusi in casa e chiamiamo questo ‘resistenza’, l’apoteosi del ricatto, che è un ricatto tutto politico: sicurezza in cambio di libertà. Ecco, la satira è questo: cercare di raccontare altro. Io ci provo, non so con quanto successo, a guardare le reazioni indignate direi con molto successo, mi potrei anche montare la testa. Cerco di uscire da questo clima di malinteso patriottismo, che poi come al solito, chissà perché, insieme al patriottismo marciano sempre delle visioni autoritarie della società”.