"Si muore senza i cari accanto", il racconto di un medico della terapia intensiva

"Si muore senza i cari accanto", il racconto di un medico della terapia intensiva

La storia di uno 'specializzando' di Torino arruolato per far fronte all'emergenza

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Medici cinesi

 “L’aspetto più drammatico di questa vicenda è che la gente ricoverata non ha i propri cari accanto. Ci siamo solo noi, quasi irriconoscibili per via della tuta, e chi non ce la fa muore da solo”.

Stefano ha 31 anni, è un medico specializzando in Anestesia e fino a pochi giorni fa lavorava alle Molinette. Gli specializzandi sono medici in formazione che solo dopo aver terminato il percorso formativo (per anestesia sono cinque anni) possono essere assunti a tutti gli effetti. 

L’emergenza Coronavirus, però, ha stravolto le regole: Stefano e tanti altri specializzandi sono stati contattati dall’Unità di crisi della Protezione civile per essere ricollocati in strutture che hanno bisogno d’aiuto.

Chi ha accettato ha firmato un contratto di circa 40 ore settimanali, Stefano è finito all’ospedale di Chivasso, interamente dedicato al Covid-19.

“La gestione del virus è nuova per tutti noi - racconta all’AGI - a cominciare dai sistemi di protezione individuale che dobbiamo indossare prima di accedere alla rianimazione. Ci è stato spiegato come dobbiamo vestirci e, soprattutto, spogliarci, la fase più delicata perché aumenta il rischio di contaminazione. Ho imparato a visitare i pazienti indossando tuta integrale, visiera, mascherina FFP e un doppio paio di guanti. In queste condizioni diventa complesso anche l’utilizzo di un semplice fonendoscopio”.

Il reparto di rianimazione, a cui normalmente hanno accesso anche i parenti, adesso è sigillato. Si entra solo da una porta e i medici raramente vi restano meno di cinque ore. In questo lasso di tempo non si può mangiare o andare in bagno. 

Chi esce, infatti, prima di rientrare deve ripetere la trafila della vestizione: non c’è tempo e il materiale, che va obbligatoriamente sostituito, comincia a scarseggiare. “I pazienti in rianimazione - spiega Stefano - sono tutti in coma farmacologico, intubati e connessi ognuno a un singolo ventilatore. L’età media non è così alta come si possa pensare, ci sono pazienti con meno di 50 anni e la maggior parte sono affetti solo da Covid-19”.

In terapia intensiva, dove i posti scarseggiano, arriva soltanto chi può farcela e i dati diffusi ieri dalla Regione Piemonte lo confermano: dal 19 marzo ad oggi, infatti, nessuna delle persone decedute si trovava in rianimazione. 

“A complicare la gestione dei malati - aggiunge Stefano - è la lunghezza del recupero. A differenza di altre patologie ci vuole tempo, almeno due settimane per superare la fase più acuta della polmonite e poi dare tempo all’organismo di rigenerarsi”.

La rianimazione di Chivasso è già al limite. Chi guarisce dalla polmonite vi rimane qualche altro giorno e se migliora viene dimesso in un altro reparto di degenza ordinaria, sempre adibito a Covid-19. I parenti non possono stare neppure fuori, sono i medici che li aggiornano al telefono sulle condizioni di salute dei loro cari.

“Fornendo ossigeno e supporto ventilatorio all’organismo - dice il giovane anestesista - diamo tempo al corpo di combattere il virus, stiamo provando a utilizzare i farmaci antivirali e altri che riducono il livello di infiammazione, ma non c’è una cura definitiva”.  

Per Stefano la giornata inizia intorno alle 6.30 del mattino, parte da Torino e arriva in ospedale a Chivasso poco prima delle 8. Una riunione con i medici che hanno coperto il turno di notte, necessaria per confrontarsi sulle condizioni dei pazienti, e si comincia.

“Se sono stabili, andiamo avanti fino alle 14 quando ci fermiamo per pranzare. Dobbiamo svestirci e ci spostiamo nella cucina del reparto, dove valgono le stesse regole sulle distanze e gli assembramenti previste fuori. La pausa dura un’ora quindi ci rimettiamo tuta e protezioni e continuiamo fino alle 20. Quando arrivo a casa sono provato, le mascherine rigide indossate per così tanto tempo lasciano dei segni profondi sul viso che vanno via solo dopo ore. Anche il naso fa male, ma quello che più mi rattrista, senza volere essere retorico, è vedere tutte quelle persone in rianimazione da sole, lontane dai loro affetti a combattere un nemico che, me lo auguro, saremo presto in grado di sconfiggere”.