La sfida delle casalinghe disperate: sopravvivere al divorzio 

La sfida delle casalinghe disperate: sopravvivere al divorzio 

Una donna non più giovane, che in passato ha studiato, ha anche avviato una carriera, e che a un certo punto della sua vita ha deciso, d’accordo con il marito, di rimanere a casa per curare i figli. Dopo diversi anni, il matrimonio finisce e la donna, senza risparmi, senza lavoro e senza contributi pensionistici, non sa come andare avanti. E’ questo un caso comune che si trova davanti un avvocato matrimonialista, che d’ora in poi dovrà tenere conto della sentenza con cui la Cassazione ha stabilito il criterio dell’autosufficienza economica, e non più del tenore di vita, per il riconoscimento dell’assegno di divorzio.

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A rischio la fascia media, donne casalinghe che fanno affidamento sul marito

Un vero e proprio terremoto giurisprudenziale che, secondo l’avvocato Eliana Onofrio, andrà a “toccare soprattutto la fascia media”. “Credo che la zona grigia, più meritevole di attenzione, sia proprio quella di una donna, solitamente con un lavoro dipendente, che dopo aver avuto due figli, se il reddito del marito lo consente, dopo aver fatto i conti – stante i costi alti dell’asilo nido e la necessità di prendere una baby sitter che copra gli orari di lavoro - sceglie di non riprendere a lavorare”.

Una scelta che dopo anni, se il matrimonio va in crisi e finisce, porta questa stessa donna davanti a un avvocato “senza risparmi, perché la liquidazione è stata versata nel conte corrente cointestato ed è stata utilizzata per le esigenze familiari; con contributi pensionistici ridicoli; ormai fuori dal mercato del lavoro, vista l’età e la mancanza di aggiornamento rispetto alle innovazioni tecnologiche, per di più oggi in un contesto di crisi economica”. Una situazione che si sente in misura maggiore “in provincia rispetto alla città”, dove c’è un mercato del lavoro più dinamico e aumentano le possibilità di riuscire a trovare un’occupazione.

La sfida delle casalinghe disperate: sopravvivere al divorzio 
 Depressione tristezza (Agf)

Inoltre, continua Onofrio, “l’innovazione non tocca la separazione ma solo il divorzio. Ma se prima intercorrevano tre anni tra uno e l’altro, e il coniuge più debole aveva il tempo di potersi rimettere in piedi lavorativamente, ora che sono sei mesi”, gli accordi vengono “rimessi in discussione” in un tempo molto breve. “Sono diverse le mie clienti che sono cadute in una depressione severa”: non c’è solo il fallimento sentimentale ma anche la crisi economica. “Quello che mi dicono è, sono stata a casa 15 anni per crescere i figli, curare la casa, permettergli di svettare al lavoro e ora mi ritrovo senza nulla. Il panico”.

E’ per questo che “l’evidenza della sentenza – sottolinea il legale - si avrà sul caso di divorzio in coppie con lei casalinga e lui che porta a casa lo stipendio”.

Storie di donne comuni alle prese con il divorzio

Sono storie di donne comuni, come quella di una signora di città che all’inizio del matrimonio era “impegnata nella carriera universitaria, interrotta per avere figli e sostenere il marito imprenditore. Dopo 13 anni, un giorno si rende conto in maniera tristissima che si è disinnamorata, sono ormai a velocità differenti: lui totalmente proiettato sul lavoro, lei invece vuole rialzare la testa, fare altro, recuperare se stessa. Glielo dice, e lui la prende malissimo, non riesce ad accettare la fine del matrimonio. Non sa in cosa ha sbagliato: lavora, hanno una bella casa, dei figli, una vita dorata, ma lei non è contenta. Da quel momento in poi, lui le nega i soldi per provvedere alle necessità della famiglia, costringendola giornalmente a chiedergli i soldi e a rendicontare tutto. Rimangono a vivere insieme sotto lo stesso tetto per alcuni mesi, perché lui non vuole andarsene da casa e lei non ha risparmi per prendersi una sistemazione propria. La situazione di tensione, che inficia sui figli, si protrae fino a quando non si raggiunge un accordo economico che permette a lei di trovare una sistemazione e a lui di rientrare, con un affidamento congiunto dei figli”.

La sfida delle casalinghe disperate: sopravvivere al divorzio 
Disperazione, depressione, tragedia, dramma, dolore, sofferenza, delitto, ansia, paura
C’è il caso di una ultra 50enne, un’impiegata sposata con un dirigente bancario. Adottano un figlio e d’accordo con il marito resta a casa. Prende la liquidazione e la mette sul conto comune, utilizzandola per le esigenze familiari. Passano 15 anni da madre e moglie, durante i quali si trasferiscono più volte per ragioni di lavoro del marito, fino a quando lei chiede stabilità per il figlio e si ferma a vivere nella provincia, mentre il marito continua a viaggiare in trasferta. A causa di tagli del personale, però, viene licenziato. Le cose nella coppia già non andavano bene e lui chiede la separazione, facendo accreditare liquidazione e tfr sul suo conto personale. La donna si ritrova così cointestataria di un conto dove non c’è più né lo stipendio, né la liquidazione. Di risparmi non ne ha, la pensione neanche, e giorno per giorno deve chiedere i soldi a lui per andare avanti”.  

Una situazione durissima che tocca “donne che in buona fede si sono dedicate per anni alla famiglia e in tarda età si trovano senza la possibilità di rilanciarsi, senza risparmi, senza pensioni”. E, in base alla nuova decisione della Cassazione, ad avere l’onere della prova nel dimostrare di non essere autosufficienti, di aver provato a cercare lavoro ma di non averlo trovato