L'intollerabile violenza che colpisce troppi giornalisti in Italia

L'ultimo caso è quello di Gaetano Scariolo, a Siracusa, dove gli hanno bruciato l'auto. Perché non basta più ricordare Peppino Impastato sui social, ma dobbiamo difendere la libertà di stampa tutti i giorni 

gaetano scariolo siracusa 

Valeria Pinna, collega sarda, Floriana Bulfon a Roma e Gaetano Scariolo a Siracusa. Sono solo gli ultimi giornalisti, in diverse zone del nostro Paese, a essere stati minacciati in una escalation di violenza oramai intollerabile ma che, purtroppo, non accenna a diminuire.

La violenza verbale che infiamma spesso il dibattito politico e coinvolge i giornalisti sembra aver sdoganato e reso quasi una "prassi normale" le intimidazioni ai cronisti. Siamo un Paese che ha pagato un tributo altissimo per la violenza, ben nove colleghi sono stati uccisi dalle mafie e a questi vanno aggiunti coloro che, per aver fatto semplicemente il proprio dovere, sono stati uccisi dalla mano terroristica.

Eppure oramai contiamo le intimidazioni, le macchine bruciate come quella della collega Pinna e di Gaetano Scariolo, gli attentati scoperti dalle forze dell’Ordine. E, come se non bastasse, gli insulti che ci regalano pressoché quotidianamente gli esponenti politici in maniera molto bipartisan.

L'elenco è lungo e segue un filo logico: si colpisce chi con il suo lavoro illumina le periferie del nostro Paese, scava in modo 'seriale' alla ricerca delle notizie su mafie, corruzione e, ultimamente, anche il fascismo. Un clima che riguarda anche le querele temerarie.

Da anni si parla di riforma del reato di diffamazione e di contrasto alle richieste di risarcimento danni sproporzionate in sede civile, vere e proprie armi di intimidazione nei confronti dei cronisti e del diritto dei cittadini ad essere informati. Giacciono alla Camera proposte di legge, presentate da diversi esponenti politici, che non vengono calendarizzate nonostante diverse promesse.

E a ciò non si può non aggiungere i tagli che, senza interventi correttivi, porteranno alla perdita di numerosi posti di lavoro nei giornali locali e in realtà che hanno contribuito storicamente alla libertà d’informazione nel nostro Paese, come Avvenire, Il Manifesto e Radio Radicale.

Da par nostro l’invito è a tutti i colleghi che possono mettere a disposizione un “microfono” non solo per dar voce alle storie di Floriana Bulfon, di Valeria Pinna o di Gaetano Scariolo, ma per riprendere le loro inchieste, gli articoli che sono alla base delle violente reazioni. Il vero nemico, quello peggiore, è invisibile ed è "il grande silenzio", l'indifferenza. Quel doversi confrontare con l'indifferenza di chi, invece, dovrebbe non solo indignarsi, ma anche agire di conseguenza dopo che un sistema è stato smascherato.

I cronisti minacciati e aggrediti quasi non fanno più notizia. Eppure ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a difendere i diritti, i valori della democrazia e della libera informazione, il terreno comune della nostra Costituzione.  Non basta celebrare il nove maggio la morte di Peppino Impastato con tanti bei ricordi sui social network, bisogna difenderla quella libertà di stampa perché difendendola, difenderemo la libertà di ognuno di noi. 



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