La verità degli operai sull'incidente del Frecciarossa a Lodi

I dipendenti di Rfi avevano voglia di chiarire subito la loro versione su quanto accaduto poco prima dello schianto che è costato la vita a Giuseppe Cicciù e Mario Di Cuonzo

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Maria Teresa Santaguida / Agi
Il Frecciarossa deragliato vicino Lodi

Si pensava che si avvalessero della facoltà di non rispondere i cinque operai di Rfi (Rete ferroviaria italiana) indagati nell'inchiesta sul deragliamento di un treno Frecciarossa all'altezza di Ospedaletto Lodigiano, nella campagna lombarda, che ha provocato la morte di due macchinisti. Perché hanno avuto pochissime ore per prepararsi una difesa coi loro avvocati dopo gli avvisi di garanzia di ieri e perché, in una fase ancora embrionale degli accertamenti, gli indagati, a maggior ragione se non arrestati, di solito preferiscono non scoprire tutte le loro carte.

Invece avevano voglia di chiarire subito la loro versione su quanto accaduto poco prima dello schianto che è costato la vita a Giuseppe Cicciù e Mario Di Cuonzo. A chi indaga - presenti il pm di Lodi Giulia Aragno e gli investigatori della polizia ferroviaria Angelo Laurino e Marco Napoli - hanno spiegato la loro posizione su quelle che la procura ha definito "attività non compiute in modo adeguato" in relazione a un deviatoio che sarebbe stato lasciato in modo scorretto sulla linea ferroviaria.

Il sospetto è che l'operazione per aggiustare un guasto su quello scambio sia stata comunicata ma non effettuata da chi di dovere, fino al 'via libera' per i macchinisti, senza che la centrale di Bologna potesse intervenire perché, come da prassi in questi casi, avevano disalimentato lo scambio, rendendo 'invisibile' ai monitor. Alle 4 e 45 il problema non era ancora risolto ma non è stato impedito, circa 40 minuti dopo, il passaggio del treno dell'Alta Velocità a una velocita' di quasi 300 chilometri all'ora.

Decisivi saranno gli accertamenti tecnici cosiddetti 'irripetibili' che hanno reso necessaria l'iscrizione degli operai nel registro degli indagati per dargli la possibilità di nominare avvocati e consulenti. Affiancati dai legali Fabio Cagnola, già impegnato nel processo sulla strage di Viareggio, e Armando D'Apote, i cinque si sono presentati intorno alle 15 e 30 negli uffici della Polfer di Piacenza col capo coperto dal cappuccio, a bordo di due auto.

La ricostruzione di quanto successo è stata minuziosa: gli investigatori hanno sottoposto agli indagati la documentazione finora acquisita e, punto per punto, loro hanno fornito un punto di vista. Già subito dopo l'incidente, giovedì scorso, erano stati sentiti come testimoni, negando ogni responsabilità, ma quelle dichiarazioni non sono utilizzabili perché poi sono stati indagati. Quella che conta è la versione resa nella lunga serata scelta dai cinque, tutti uomini tra i 30 e i 40 anni, per chiarire come la morte sia potuta salire a bordo di uno dei gioielli italiani.  



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