Così si corrode il calcestruzzo di migliaia di ponti italiani costruiti come il Morandi

Intervista a Settimo Martinello, direttore generale di 4 Emme, che gestisce i controlli e il monitoraggio di 50 mila ponti. “Non sono a rischio crollo. Se non si interviene, crolleranno. Andranno giù tutti”.

Così si corrode il calcestruzzo di migliaia di ponti italiani costruiti come il Morandi

“Sono anni che dico che decine di migliaia di ponti italiani sono a rischio crollo e ogni anno puntualmente ne crollano una ventina....”. Una ventina all’anno?  “Sì, una ventina solo che non fanno notizia perché non sono grandi come quello di Genova”. Settimo Martinello la questione la conosce bene: è il direttore generale di 4 Emme, società di Bolzano, ma con sedi in sedici città, che si occupa di ispezioni e verifiche sullo stato dei ponti. “In questo momento ne gestiamo cinquantamila”. Non il ponte Morandi però, “quello era gestito dalle Autostrade e di solito loro fanno le cose per bene, anche se quel ponte, lo sapevano tutti, aveva sempre avuto dei problemi”.

Così si corrode il calcestruzzo di migliaia di ponti italiani costruiti come il Morandi
Mauro Ujetto / NurPhoto
 viadotto Polcevera, Genova (AFP)

Perché migliaia di ponti italiani sono a rischio crollo?

“Non sono a rischio crollo. Se non si interviene, crolleranno. Andranno giù tutti”.

Non è un po’ esagerato?

“È una previsione obbligata. Il fatto è che tutti i ponti italiani realizzati in calcestruzzo fra gli anni 50 e gli anni 60 sono arrivati a fine vita, non sono eterni. Questi ponti sono fatti con una struttura di acciaio ricoperta di calcestruzzo. Il calcestruzzo è solo una copertura che serve a proteggere i materiali ferrosi dall’acqua e quindi dall’ossidazione, ma il calcestruzzo ha una sua vita utile, trascorsa la quale l’umidità passa, si infiltra e inizia un processo di carbonatazione, che avvia l’ossidazione che provoca la corrosione. Ha presente quando sul calcestruzzo compaiono delle strisce nere? Quello è l’ossido del ferro che sta uscendo. Ci mette dieci o quindici anni questo processo a compiersi. Alla fine fuori sembra tutto a posto, dentro però l’armatura è sparita”.

Quanti sono i ponti in Italia?

“Non esiste un censimento preciso, diciamo che sono circa un milione e mezzo, ma se calcoliamo le campate di ciascun ponte, come è corretto fare, arriviamo a tre o quattro milioni di strutture da ispezionare e monitorare. Ma sa quanti sono quelli sotto monitoraggio? Sessantamila. Il due per cento. Di quelli sappiamo tutto, degli altri quasi nulla, spesso le amministrazioni locali, senza soldi né competenze, non sanno nemmeno di quanti ponti dispongono. E le garantisco che in qualche caso se le faccio vedere in che condizioni sono lei mica ci passa con la macchina”.

Così si corrode il calcestruzzo di migliaia di ponti italiani costruiti come il Morandi
Valery HACHE / AFP
 viadotto Polcevera, Genova (AFP)

Cosa si può fare?

“L’unica cosa da fare sarebbero le ispezioni, che prima del 1991 erano obbligatorie. Anche adesso lo sarebbero ma sono intervenute delle circolari ministeriali che hanno attenuato la frequenza che adesso è indefinita e quindi tutti fanno come vogliono”.

E poi servono gli ispettori: immagino che non ci siano.

“Quelli certificati sono 150, ne servirebbero diecimila. Inoltre in Italia sono appena una sessantina le amministrazioni locali virtuose, che si occupano attivamente del problema. L’esempio migliore è l’Alto Adige, ma tutti gli altri se ne infischiano”.

Il ministro Toninelli ha detto che è pronto a intervenire mettendo dei sensori sui ponti.

“Dire che i sensori sono la soluzione a un problema così vasto e profondo vuol dire non aver capito nulla. È ridicolo. I sensori servono, forse, alla fine di un percorso. I ponti sono come le persone e a una persona di 50 anni prima di mettergli un sensore, lo visiti, gli fai le analisi e alla fine può darsi che il sensore serva”.  

Veniamo al ponte di Morandi di Genova: perché è crollato secondo lei?

“Difficile dirlo senza dati ma se penso che l’ho attraversato la settimana scorsa per andare a fare un corso a Savona sui crolli dei ponti, mi vengono i brividi”.

Lei e la sua società di quel ponte vi siete mai occupati?

“No, perché noi seguiamo i ponti delle piccole amministrazioni locali, il ponte di Morandi è gestito dalla società Autostrade e va detto che, nel disastro generale, i ponti autostradali sono gestiti piuttosto bene. Lì ci sono mezzi e competenze. Certo quel ponte, che pure all’inizio sembrava coraggioso dal punto di vista tecnico, aveva evidenziato qualche problema che aveva richiesto continui interventi di manutenzione, come quello, imponente di 15 anni fa circa, quando misero dei tiranti in acciaio”.

Non sono bastati.

“Mi sembra strano che non si siano accorti della corrosione, forse uno di quegli interventi riparatori non è stato fatto bene”.

Può essere stata la forte pioggia o un fulmine a causare il crollo come è stato ipotizzato nelle prime ore dopo la tragedia?

“Non diciamo sciocchezze. Allora anche il vento. Se è il ponte è crollato è perché doveva crollare. Dentro era vuoto. E poteva forse crollare un giorno o due dopo, ma la storia non sarebbe cambiata”.

Per il futuro che farebbe?

“Serve un vero piano nazionale per mettere in sicurezza i ponti; e poi risorse alle amministrazioni locali; e infine, una scuola per creare una classe di ispettori con le competenze necessarie. Se non lo facciamo, altri ponti crolleranno è inevitabile”.

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