Gli emoji? Li utilizzava anche Wittgenstein

Il filosofo del Tractatus logico-philosophicus nell'estate del 1938, durante una lezione a Cambridge, dichiarò: “Se fossi un bravo disegnatore, potrei descrivere innumerevoli espressioni con soli quattro tratti”. Un articolo di Quartz

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Bai kelin / Imaginechina
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Ottanta anni fa, il filosofo Ludwig Wittgenstein ebbe un’intuizione. E non fu quella che lo portò a soli 29 anni a compilare il Tractatus logico-philosophicus. Era l’estate del 1938 quando durante una lezione a Cambridge il filosofo e ingegnere dichiarò: “Se fossi un bravo disegnatore, potrei descrivere innumerevoli espressioni con soli quattro tratti”. In altre parole, osserva Quartz, Wittgenstein  fu il primo a inventare gli emoji. Perché utilizzare le lettere quando si possono dire le stesse cose con quelli che oggi chiamiamo “emoji”?

Un pezzo di Shubert si commenta meglio con le faccine

Nel suo trattato “Lezioni e conversazioni sull'etica, l'estetica, la psicologia e la credenza religiosa”, Wittgenstein descrisse tre semplici faccine: una con gli occhi chiusi e un mezzo sorriso, una con un sopracciglio alzato e l’ultima con gli occhi aperti e un sorriso aperto.  Alcune parole come “pomposo” e “imponente” possono essere espresse con le facce”, sosteneva Wittgenstein.  “Un pezzo di Schubert si esprime meglio attraverso uno schizzo di un viso umano che attraverso il termine “malinconico”.

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Il disegno arriva dove il linguaggio si ferma

Secondo Paul Horwich, professore di filosofia alla New York University, i commenti di Wittgenstein non sono semplici osservazioni, ma sono pertinenti alle sue più ampie teorie sul linguaggio. E già nelle opere precedenti Wittgenstein aveva sottolineato l'impatto della comunicazione pittorica piuttosto che linguistica. Horwich nota che Wittgenstein sin soffermò sul potere di varie forme di rappresentazione pittorica, come mappe, progetti architettonici, immagini realistiche e modelli. Ma si concentrò anche sul potere dei volti nel “Libro marrone”, una raccolta di conferenze del filosofo nel 1934-35. Quando vediamo una faccia disegnata con pochi trattini (un cerchio rotondo, una linea per un naso e tre piccole linee per due occhi e una bocca), non vediamo solo i trattini, disse Wittgenstein, ma un'espressione particolare che le parole non possono descrivere esattamente.

Ma i volti vanno disegnati da sé

Sul tema torna anche il filosofo Kristóf Nyíri, dell'Università di Pécs in Ungheria, che cita un articolo sulla filosofia delle immagini di Wittgenstein: “Sembra che il nostro sistema di comunicazione sia incompleto, a meno che le immagini non vi partecipino”.

Ed è a questo che si rifà la diffusione contemporanea dell'emoji che “suggerisce un richiamo intuitivo alla comunicazione pittorica”. Ma c'è una differenza di fondo tra gli emoji dello smartphone e la concezione di Wittgenstein della comunicazione pittorica. Horwich spiega che Wittgenstein immaginava che tutti abbozzassero i singoli volti per trasmettere significato, piuttosto che affidarsi a volti standardizzati come facciamo oggi. "Non penso sia possibile ottenere varietà e flessibilità a meno che non le persone non li disegnino da soli", dice Horwich. Tuttavia, sebbene gli emoji oggi non siano così sfumate come gli schizzi immaginati da Wittgenstein, la loro immensa popolarità mostra che il filosofo aveva ragione sull'impatto delle immagini.



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