Le mafie italiane e lo snodo africano della cocaina dietro l'arresto di 6 italiani

Era diretto in Calabria il carico di 1,2 tonnellate di cocaina sequestrato nel settembre dello scorso anno in Brasile

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Era diretto in Calabria il “carico” di 1,2 tonnellate di cocaina sequestrato nel settembre dello scorso anno in Brasile. Per questo sei italiani da tempo residenti in Costa d’Avorio lo scorso 4 giugno sono stati arrestati assieme a un uomo franco-turco e tre ivoriani (tra cui due donne). Il blitz ha riportato d’attualità l’importanza dello snodo africano nelle rotte del narcotraffico e arriva a poche settimane dall’arresto di tre uomini originari di Mazara del Vallo (Trapani) che alcune settimane fa sono stati fermati a largo della Polinesia Francese con 450 kg di cocaina.

I sei italiani invece sono stati arrestati tra Abidjan (la capitale ivoriana) e Tobou, una città a pochi km dal confine con la Liberia. Gli investigatori sono arrivati sulle loro tracce dopo nove mesi dal sequestro di un container nel porto di Santos, scovato tra le merci in partenza per la Costa d’Avorio.

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Cocaina

Oltre alla cocaina c’erano anche delle escavatrici edili e nell’immediato fu segnalato che “la compagnia di destinazione era di proprietà di napoletani legati alla camorra”. Così è scattato il blitz “Spaghetti Connection” (questo il nome dato all’indagine ndr) svolto in collaborazione tra le polizie di Costa d’Avorio, Francia, Italia e Brasile. Ma in realtà da anni il porto di Abidjan è uno dei luoghi nevralgici per i traffici internazionali di cocaina.

"Ci sono le prove che le merci erano destinate a 'ndrangheta e camorra e cittadini italiani, ivoriani residenti da più o meno tempo, erano dietro il traffico”, ha detto Silvain Couè, ufficiale di collegamento francese. Il carico era stato acquistato per 2,5 milioni di euro in Sud America e sarebbe stato rivenduto in Europa per 250 milioni. “La cocaina avrebbe dovuto attraversare la Costa d’Avorio per poi fare ingresso in Italia”, ha spiegato Adorno Bonaventure, direttore del Transnational Organized Crime Unit.

Il transito per i paesi africani è uno dei punti nodali del narcotraffico. Tanto che in Namibia, nel sud del continente che si affaccia sull’Oceano Atlantico, aveva messo le sue radici il mazarese Vito Bigione, narcos di caratura internazionale, chiamato “il commercialista”, emerso con prepotenza dall’indagine Igres che nel 2003 svelò il suo ruolo di mediazione tra i cartelli colombiani, le famiglie di Cosa nostra (gli Agate di Mazara del Vallo) e ‘ndrangheta (i Marando di Platì), impegnate in un traffico di cocaina dall’America Latina fino alle coste europee. Era così a suo agio che in Namibia – secondo alcune fonti – avrebbe protetto anche la latitanza del capomafia Matteo Messina Denaro. Lo scorso anno, mentre era in attesa della sentenza definitiva, aveva fatto perdere le sue tracce ma la Squadra Mobile di Trapani lo arrestò due mesi dopo in Romania.

E sono mazaresi anche i tre “insospettabili” arrestati (assieme a un peruviano) un paio di settimane fa a bordo di uno yatch di 15 metri pieno zeppo di cocaina. Due di loro sono davvero degli insospettabili, tanto che a Mazara del Vallo gestivano una scuola di vela pluripremiata e giravano il mondo partecipando a regate internazionali. Il terzo invece è Giuseppe Gancitano, un uomo di 58 anni già noto agli archivi giudiziari perché denunciato nel 1998 per “associazione a delinquere e ricettazione”. Fratello di Francesco Gancitano, noto come “Ciccio il meccanico”, per anni uomo di fiducia del capomafia Andrea Mangiaracina (quello che incontrò Giulio Andreotti a Mazara del Vallo ndr) e poi morto da latitante e ritrovato nelle campagne mazaresi nel novembre 1998. Vecchi nomi per vecchie rotte.



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