Quello che si sa sulla chiusura del Gay Village di Roma

Motivi economici e di mancanza di fondi pubblici. Ma forse non solo. Vladimir Luxuria: "È una perdita non solo per la comunità LGBT ma anche per l’estate romana, per la città di Roma"

chiusura gay village roma
Agf
Gay Village

Tutto l’universo LGBT è frastornato dalla notizia della chiusura del Gay Village, uno dei punti fermi per un’intera comunità nonché vera e propria icona per la lotta per i pari diritti della stessa. L’idea del Gay Village l’ebbe Imma Battaglia nel 2002, l’attivista, organizzatrice nel 1994 del primo gay pride italiano e fresca sposa con la compagna Eva Grimaldi, lavorò affinché l’evento, organizzato storicamente nell'area dell'ex mattatoio di Testaccio, divenisse il centro della movida LGBT romana.

Un’attività che si è andata consolidando specialmente dopo la collaborazione con un’altra realtà particolarmente vivace, quella del Qube di Portonaccio e la realizzazione di una delle serate più popolari del nostro paese: il Muccassassina, la serata itinerante ideata nel 1991 come autofinanziamento del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, di cui la stessa Imma Battaglia è stata presidente per cinque anni, dal 1995 al 2000.

Ma oggi vengono messi i lucchetti ai cancelli, che però resteranno chiusi per non molto tempo perché ad appropriarsi del posto e di alcuni riferimenti nel logo, come scrive oggi Il Tempo, proprio Shlomo, patron della discoteca Qube, e la cosa alla Battaglia non è andata proprio giù. Non sono mancate dunque le frecciatine raccolte anche da Il Fatto Quotidiano. “Il Qube vuole fare denaro sulla fama degli altri”, ha commentato l’attivista, pronta la risposta della parte avversa: “Il Gay Village non esiste più semplicemente perché è fallito”.

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Vladimir Luxuria e Imma Battaglia

Se da un lato si battibecca su questioni ormai essenzialmente di principio, molto più importante probabilmente indagare sulle ragioni della chiusura di un luogo sacro per un’intera comunità LGBT; il Fatto sostiene che tra i motivi della chiusura ci sarebbero “i timori dovuti agli attentati dell’Isis dal 2016. Il capo della Polizia Franco Gabrielli, infatti, con le sue nuove misure di sicurezza contro possibili attentati, ha inasprito le regole e quindi di conseguenza ci sono state anche delle spese importanti ed extra per garantire e adempiere alle regole. Poi ci sono da considerare nel bilancio anche i due giorni di chiusura a causa della “bomba d’acqua” che si è riversata sulla Capitale l’estate scorsa, e sono circa 100 mila euro in negativo. C’è anche lo stop sulla gestione degli affari per quasi un anno di Imma Battaglia, a causa dei preparativi del suo matrimonio”.

Il sito affaritaliani.it annuncia che la Battaglia uscirà presto con una nota ufficiale per spiegare la situazione e che, secondo indiscrezioni, pare siano venuti a mancare fondi da parte del Comune di Roma e della Regione Lazio. Nel frattempo con Agi è Vladimir Luxuria, per quattro anni direttrice artistica della kermesse, a commentare l’accaduto: “Sapevo già da un po' di mesi che quest’anno non ci sarebbe stato il Gay Village ed è una perdita non solo per la comunità LGBT ma anche per l’estate romana, per la città di Roma, per l’immagine della città di Roma (che già ultimamente non è così bella), per il turismo e per il carattere attrattivo di Roma. È ovviamente una cosa che mi rattrista molto”.

Riguardo la disputa con il Qube, invece, dice: “È chiaro che anch’io quando ho saputo che apriva una realtà che si chiama ‘Village’ nello stesso quartiere dove c’era il Gay Village non ho potuto che pensare a un richiamo, una strizzatina d’occhio, l’ho visto un po' come un tentativo di sostituzione”; Luxuria quindi d’accordo con la tesi della Battaglia: “Diciamo che di nomi se ne potevano trovare tanti, è chiaro che aver scelto di chiamarlo proprio Village… anche perché quando si voleva andare lì molti dicevano proprio ‘andiamo al village”, quindi è un’indicazione, sì”.  



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