Cosa ci dicono i numeri sulla “fiducia” a Ursula von der Leyen

Ci sono stati circa 100 “franchi tiratori” all’interno della grande coalizione europea (popolari, socialisti, liberali). In realtà i singoli partiti europei non erano compatti al loro interno

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MICHAEL KAPPELER / DPA / dpa Picture-Alliance
 
David Sassoli e Ursula von der Leyen

Ursula von der Leyen, ex Ministro della Difesa tedesco, è riuscita a convincere un numero sufficiente di membri del Parlamento europeo: sarà così la prima donna a diventare Presidente della Commissione europea (carica che per la seconda volta va a un tedesco). Von der Leyen ha ottenuto 383 voti favorevoli, appena 9 in più di quelli necessari per l’investitura. I voti contrari sono stati 327, gli astenuti 22 i voti nulli uno soltanto.

Il testimone di Jean-Claude Juncker viene dunque raccolto da un’altra esponente della famiglia dei popolari europei, ma con difficoltà: se il lussemburghese si era insediato 5 anni fa con ben 422 voti favorevoli (pari al 56% dei membri totali) e 250 contrari, von der Leyen ha dovuto fare i conti con parecchi “franchi tiratori” interni alla maggioranza che ufficialmente è a suo sostegno.

Se sommiamo i voti dei liberali di Renew Europe, dei socialdemocratici e dei popolari, infatti, von der Leyen avrebbe dovuto disporre di 444 voti. In più, anche il Movimento 5 Stelle, che nell’emiciclo di Bruxelles non è affiliato a nessun partito europeo, ha dichiarato pubblicamente il proprio sostegno, così come la destra nazionalista polacca di Diritto e Giustizia: aggiungendo i 14 voti dei pentastellati e i 25 dei polacchi, von der Leyen sarebbe potuta arrivare alla cifra record di ben 483 voti a favore.

Ci sarebbero quindi stati circa 100 “franchi tiratori” all’interno della grande coalizione europea (popolari, socialisti, liberali). In realtà, come vedremo, i singoli partiti europei non erano compatti al loro interno. Anche per questo motivo una stima più prudente, elaborata dal sito EuropeElects, parlava alla vigilia di “soli” 408 voti certi o probabili. Ma anche così mancherebbero all’appello circa 25 voti.

Ma chi sono coloro che hanno tentato di affossare la nomina del ministro del Governo Merkel alla Presidenza della Commissione? Anche se il voto si è svolto a scrutinio segreto – motivo per cui parliamo di “franchi tiratori” – è comunque possibile fare delle ipotesi.

A von der Leyen potrebbero essere mancati i voti dei socialdemocratici tedeschi (16), dei socialisti francesi (5) e dei liberali olandesi (6). In più, i 13 ungheresi di Fidesz (il partito del premier Orbán) sono formalmente membri del PPE ma risultano tuttora sospesi per questioni legate al mancato rispetto dello stato di diritto, e non hanno mai espresso un parere positivo verso la nomina della von der Leyen durante il dibattito che ha accompagnato il voto. Anche senza questi voti, però, il totale arriva comunque a 443, per cui ne mancherebbero all’appello altri 60.

Risulta difficile pensare che la pattuglia socialdemocratica spagnola si sia opposta: votare contro von der Leyen avrebbe significato, per i 20 eurodeputati del PSOE, rinunciare alla nomina del ministro degli esteri Josep Borrell ad Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza della UE (che è anche de iure Vicepresidente della Commissione). Anche i 19 italiani del PD, dopo la titubanza iniziale, alla fine avrebbero accettato di appoggiare il ministro tedesco, stante l’appoggio ricevuto dai popolari un paio di settimane fa nell’elezione di David Sassoli alla guida dello stesso Parlamento europeo. Parimenti, risulta difficile pensare che, con l’eccezione di Fidesz, nel PPE ci siano state numerose defezioni.

Quel che è certo, però, è che i voti di due forze difficilmente etichettabili come “euro-entusiaste”, ovvero il Movimento 5 Stelle e i polacchi di Diritto e Giustizia, si sono rivelati decisivi per la nomina di Ursula von der Leyen. La stessa cosa, a dire il vero, può dirsi per qualunque delegazione nazionale di partiti che abbia almeno 9 eletti. Ecco perché il mandato della nuova Presidente Ursula von der Leyen può dirsi ufficialmente iniziato ma non certo privo di incognite sul suo cammino.

(di Salvatore Borghese e Alessio Vernetti)



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