I consensi dei partiti di governo dopo il caso Diciotti e i bisticci sulla Tav

Dopo le polemiche degli ultimi giorni, la Lega segna un nuovo record, si allarga la forbice con il Movimento 5 stelle, la situazione degli altri partiti nella nostra Supermedia 

I consensi dei partiti di governo dopo il caso Diciotti e i bisticci sulla Tav
Foto: Alessandro Serrano/ AGF - Andrea Ronchini / NurPhoto 
 Di Maio-Salvini

Come alcuni osservatori avevano previsto, il ritorno del tema degli sbarchi di migranti al centro dell’agenda politico-mediatica ha avuto un chiaro beneficiario: la Lega di Matteo Salvini. Secondo quanto emerge dai sondaggi più recenti, nemmeno la richiesta del Tribunale dei Ministri di Catania di rinviare Salvini a giudizio per sequestro di persona ha scalfito i consensi del ministro dell’Interno e del partito di cui è leader. Questa settimana infatti la Lega tocca un nuovo record: il 32,1% è il dato più alto mai rilevato dalla nostra Supermedia dei sondaggi.

Nonostante il via libera (con tanto di inaugurazione-show) del decreto sul reddito di cittadinanza, il Movimento 5 Stelle non riesce a contenere l’avanzata dell’alleato/rivale, e continua ancora a scendere: il 25,2% di questa settimana è il risultato più basso attribuito al M5S da inizio legislatura. Ora i punti percentuali di distacco tra i due partiti firmatari del “contratto per un governo del cambiamento” sono quasi sette.

È importante sottolineare come le variazioni di questa settimana, per quanto da prendere con le dovute precauzioni (come sempre, quando si parla di sondaggi), non siano estemporanee, ma coerenti con le tendenze di medio periodo che riscontriamo da diverse settimane. Non c’è solo la crescita della Lega e il calo del M5S: si conferma anche un buon dato del PD, di un soffio sotto il 18%, e di Forza Italia, che non raggiungeva un valore come quello attuale (9,5%) dal luglio dello scorso anno. Il che, naturalmente, non implica che quello dei due partiti intorno a cui sembrava destinato a strutturarsi il bipolarismo italiano ancora pochi anni fa sia un dato soddisfacente – tutt’altro.

La notizia di questi giorni è la riunione della Giunta per le immunità e le autorizzazioni a procedere del Senato, che ha ricevuto la memoria difensiva di Salvini in relazione alla richiesta di processo avanzata dal Tribunale dei Ministri di Catania sul caso Diciotti. Quello che sembrava un ostacolo quasi insormontabile per la tenuta dell’alleanza di governo M5S-Lega sembra però essersi ridimensionato negli ultimi giorni, con le aperture sempre più esplicite degli esponenti del M5S alla negazione dell’autorizzazione.

È anche possibile che ad influire sull’orientamento di Di Maio e compagni, più che gli appelli degli intellettuali “di riferimento” rilanciati da quotidiani più o meno vicini, siano stati i dati dei sondaggi. Sondaggi che, anche questa settimana, mostrano una netta prevalenza di italiani contrari al rinvio a giudizio di Salvini: non solo tra gli elettori in generale, ma anche tra gli elettori del Movimento 5 Stelle. Secondo gli ultimi dati di ben tre istituti (Tecnè, EMG e SWG) “salverebbero” Salvini rispettivamente il 55, 57 e 63 per cento degli italiani; tutti e tre gli istituti concordano sul fatto che tra gli elettori della Lega vi sarebbe un plebiscito unanime pro-Salvini (e questo non sorprende), ma soprattutto sul fatto che anche gli elettori 5 Stelle, sia pure con diversa “intensità”, sono in linea con il sentimento generale (dal 54% rilevato da Tecnè all’83% di SWG, passando per il 66% stimato da EMG).

I nodi della Tav e della recessione

Tutto tranquillo per la maggioranza di governo, dunque? Non proprio. Perché la notizia della settimana è costituita, probabilmente, dai nuovi dati sul PIL, che vedono l’Italia entrata in “recessione tecnica” e una crescita stimata per il 2019 allo 0,2% (contro l’1,5% ipotizzato dal Governo nella Legge di Bilancio). Questo è un tema che preoccupa gli italiani: secondo EMG, il 53% degli italiani è pessimista riguardo ai prossimi mesi, e nonostante la percentuale sia inferiore tra gli elettori dei due partiti di maggioranza (34-38%) si tratta comunque anche lì di una fetta consistente. Secondo Tecnè, ad ogni modo, la recessione appena diagnosticata sarebbe da attribuire principalmente alla congiuntura internazionale (33%) e in seconda battuta alle scelte dei governi precedenti (24%), mentre solo per il 18% il principale indiziato è costituito dalle politiche economiche del Governo Conte.

Altro tema “scottante” ancora sul tavolo è quello della TAV Torino-Lione: ormai non passa giorno senza che Lega e M5S si scambino stoccate, senza mai tuttavia far degenerare la questione in uno scontro aperto. Mentre la posizione contraria ma in qualche modo “attendista” del M5S è comprensibile (la famosa analisi costi/benefici del prof. Ponti non è ancora stata resa pubblica, nonostante in teoria sia stata completata da tempo), un po’ più difficile è capire perché la Lega si presti a trascinare la questione a tempo indeterminato, nonostante comincino ad arrivare dei richiami anche dalle istituzioni europee. Sul tema, in Parlamento come nel Paese l’opinione nettamente prevalente è favorevole al completamento dell’opera: lo certificano ormai da settimane tutti i sondaggi sull’argomento, da ultimo quello Ipsos mostrato martedì sera da Nando Pagnoncelli, secondo cui la TAV va completata per il 59% degli italiani e cancellata solo per il 23%.

Il Pd verso le primarie

In queste difficoltà della maggioranza, però, stenta a inserirsi il primo partito dell’opposizione, cioè il PD, alle prese con il suo congresso. La prima fase (il voto nei circoli riservato agli iscritti) si è conclusa e ha visto prevalere il governatore del Lazio Nicola Zingaretti con il 47,4% dei voti, contro il 36,1% di Maurizio Martina e l’11,1% di Roberto Giachetti. Saranno questi tre a misurarsi alle primarie aperte del 3 marzo. Ancora non si è iniziato a parlarne, ma alcuni (sia tra i candidati che tra gli esponenti del PD) hanno fissato l’asticella della partecipazione a un milione, ossia il dato che si registrò due anni fa in occasione della (ri)elezione di Renzi dopo le dimissioni seguite alla sconfitta del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Secondo una stima di EMG, il 20% degli italiani che ad oggi dichiarano che voterebbero per il PD si recherebbero ai gazebo, a cui in teoria si potrebbe aggiungere un altro 16% di indecisi. Ipotizzando che il 18,7% assegnato al PD da EMG si traduca (con una partecipazione al voto del 70%) in circa 6 milioni di voti, ciò vuol dire una stima dell’affluenza compresa tra 1,2 e 2,1 milioni di elettori. Ad oggi quindi l’obiettivo del milione di votanti sembra a portata di mano.

Ma per chi voterebbero gli elettori delle primarie? Anche su questo il sondaggio di EMG fornisce una prima risposta: il 55% degli intervistati voterebbe per Zingaretti, contro il 37% che sceglierebbe Martina, mentre Giachetti si fermerebbe all’8%. Si tratta naturalmente di una prima stima: la campagna per le primarie ancora non è entrata nel vivo e tutto può ancora succedere. Ma è comunque un’indicazione significativa: il vincitore delle primarie dovrà infatti superare il 50% dei voti per essere eletto segretario senza dover passare da un voto dell’Assemblea nazionale del partito, un passaggio che in qualche modo ne minerebbe l’autorevolezza. Secondo questo sondaggio, Zingaretti ha buone possibilità di scongiurare questo rischio.

 

 



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