La battaglia sul deficit che segno ha lasciato nei sondaggi sui partiti? La supermedia​

In attesa che il parlamento esamini il documento di economia e finanza, la battaglia sulle cifre che la compongono ha influenzato i sondaggi della maggioranza. Mentre nell'opposizione continua l'emorragia

La battaglia sul deficit che segno ha lasciato nei sondaggi sui partiti? La supermedia​

Le scintille sul Def (Documento di Economia e Finanza) si sono bruscamente imposte come l’argomento centrale nell’agenda politica dell’ultima settimana. Senza entrare nel merito delle misure che il Governo adotterà nella prossima legge di bilancio, lo scontro ha riguardato l’entità del deficit, cioè di quanti soldi in più lo Stato spenderà il prossimo anno rispetto alle sue entrate.

Ed è stato uno scontro tutto interno alla maggioranza, con il ministro dell’Economia Tria da una parte – in difesa della linea di contenimento del disavanzo – e il Movimento 5 Stelle dall’altra – a favore di una maggiore spesa per finanziare le misure previste nel “Contratto di governo”.

Per ora non si tratta di uno scontro con una connotazione politico-partitica: è quindi probabile che per il momento le ricadute sul consenso ai partiti non si vedano, e che le cose abbiano degli effetti solo in caso di sviluppi clamorosi. Le le gerarchie quindi restano quelle – molto chiare – che abbiamo imparato a conoscere con la fine delle vacanze estive: la Lega è il primo partito, sopra il 31% e con 3 punti esatti di vantaggio sul Movimento 5 Stelle (28,3%).

Il partito di Salvini fa segnare un trend leggermente in ascesa (diversi sono gli istituti che lo danno sopra il 32%), mentre il M5S si trova in una situazione di sostanziale stabilità, seppur con tendenze ribassiste. I partiti di maggioranza quindi continuano a sfiorare il 60%, mentre nell’opposizione il Partito Democratico si trova ancora intorno ai valori più bassi della sua storia (questa settimana al 16,6%).

Forza Italia è al 9,2%, ma sarà interessante capire nelle prossime settimane se la vicenda Foa (diventato presidente Rai grazie a un accordo tra FI e maggioranza) e i recenti “scatti di orgoglio” di Berlusconi e Tajani incideranno sui suoi consensi.

La settimana scorsa è stata anche quella della “cena del centrodestra” con cui Berlusconi, Salvini e Meloni hanno annunciato che i rispettivi partiti si presenteranno uniti alle Regionali previste per il 2019 (in Emilia-Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Calabria) nonostante siano su fronti opposti – chi al governo, chi all’opposizione – a Roma. Per gli elettori di centrodestra si tratta di una buona notizia: attualmente, la coalizione che alle Politiche del 4 marzo si fermò al 37% vale più del 44% dei voti.

A proposito di centrodestra: si parla spesso dello stato di salute (molto buono) della Lega e della crisi di consensi di Forza Italia. Fa un po’ meno notizia lo stato di salute della “terza gamba” della coalizione, cioè di Fratelli d’Italia. Eppure, l’analisi delle tendenze di medio periodo non porta buone notizie per il partito di Giorgia Meloni: il 2018 era iniziato con una FDI che sfiorava il 5%, e il dato del 4 marzo (4,4%) si era rivelato tutto sommato positivo. Da quel momento, però, il partito è calato pian piano sotto il 4% ed oggi fa registrare il suo record negativo: il 3,2%, vale a dire un soffio sopra la soglia di sbarramento del 3% necessaria per entrare in Parlamento.

L’impegno “governista” della Lega, in alleanza con il M5S, aveva aperto nuovi scenari per FDI che – come sottolineava Giovanni Diamanti in una sua analisi – poteva incalzare il Governo come “unica opposizione di destra” puntando a riprendersi eventuali elettori leghisti delusi da Salvini. Che sia stato per capacità di quest’ultimo (attento a non lasciare spazi scoperti alla sua destra) o per incapacità di Meloni, Crosetto e compagni di interpretare questa strategia, FDI sta rischiando di diventare marginale, perlomeno sul piano dei consensi.

Tornando al tema di attualità, quello delle misure da inserire nella manovra economica: tutte le fibrillazioni ruotano intorno all’ovvia – per quanto sgradevole – constatazione che le risorse sono scarse. Non solo non ce n’è abbastanza per finanziare da subito tutte le misure previste dal “Contratto di governo”, ma sarà anche difficile capire quale sarà possibile mettere da subito in cantiere senza sforare i conti. Bisogna scegliere su cosa investire fin da subito e cosa invece rinviare a tempi migliori, accontentando qualcuno e scontentando qualcun altro.

A cosa bisognerebbe dare la priorità, quindi? Come mostra un sondaggio SWG, per gli italiani è innanzitutto necessario scongiurare l’aumento dell’IVA previsto dalle “clausole di salvaguardia” – la cui sterilizzazione, da sola, costa 13 miliardi – e solo dopo intervenire sui punti di programma: la riduzione dei ticket sanitari, e poi la riforma della legge Fornero in materia di pensioni. Solo dopo, ritenute indispensabili da una quota variabile tra il 30 e il 43% degli intervistati, ci sarebbero misure simbolo come il reddito di cittadinanza e la flat tax.



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