Come funziona il 'Rosatellum bis' e perché oggi non consentirebbe una maggioranza

Abbiamo provato a simulare il nuovo Parlamento con la legge elettorale depositata in Commissione Affari costituzionali. Ma con la situazione attuale sarebbe impossibile avere una maggioranza sufficiente 

Come funziona il 'Rosatellum bis' e perché oggi non consentirebbe una maggioranza

È già stata ribattezzata “Rosatellum bis” la nuova proposta di legge elettorale depositata oggi in Commissione Affari costituzionali alla Camera dal deputato del PD Emanuele Fiano. “Bis” perché una precedente proposta, piuttosto simile (e che fu chiamata “Rosatellum” dal nome del capogruppo PD Ettore Rosato) era stata presentata la scorsa primavera: introduceva un sistema misto, con il 50% dei deputati (e dei senatori) eletti in collegi uninominali maggioritari e l’altro 50% con metodo proporzionale. Quella proposta fu poi modificata in senso “tedesco” quando fu raggiunto il famoso accordo a 4 che teneva insieme i “big” (PD, Forza Italia, Lega Nord e M5S) e che penalizzava i piccoli partiti (con lo sbarramento al 5%). Ma quello stesso accordo cadde sotto i colpi dei franchi tiratori durante le prime votazioni in Aula e lì sembrò che ogni speranza di cambiare la legge elettorale fosse svanita.

Un misto maggioritario-proporzionale (più proporzionale che maggioritario)

Ora i partiti ci riprovano: la nuova proposta abbandona l’impianto puramente proporzionale del “simil-tedesco” e riprende quello misto del Rosatellum, ma con importanti differenze: la quota di eletti nei collegi uninominali si riduce drasticamente: dal 50 passa al 36 per cento. Saranno quindi 231 i collegi alla Camera e 102 al Senato, ampiamente compensati da un 64% di seggi distribuiti proporzionalmente tra le varie liste.

Si voterà su una scheda unica, simile a quella per le elezioni amministrative nei comuni superiori: gli elettori potranno tracciare un segno sul nome del candidato del collegio uninominale oppure su una delle liste che lo sostengono, o entrambe le cose. Se si vota solo la lista, il voto si estende anche al candidato di collegio; se si vota solo quest’ultimo, i suoi voti totali andranno ad accrescere il “peso” della coalizione di liste che lo sostiene in sede di distribuzione proporzionale dei seggi. Non sarà possibile il voto disgiunto (cioè dare il proprio voto sia ad un candidato di collegio che ad una lista che sostiene un altro candidato di collegio).

Il caos delle circoscrizioni (e delle soglie di sbarramento)

Alla Camera la ripartizione dei seggi proporzionali avverrà su base nazionale tra le liste che avranno superato il 3% dei voti; il totale dei seggi spettanti a una coalizione sarà calcolato sulla somma dei voti raccolti dalle liste di quella coalizione, ma questa somma terrà conto solo di quelle liste che superano l’1% nazionale (in modo da evitare la proliferazione di “liste farlocche” come avveniva ai tempi del Porcellum) e solo a condizione che la coalizione così considerata superi il 10% nazionale: se così non sarà, le liste saranno conteggiate singolarmente, esattamente come le liste non coalizzate.

Al Senato il meccanismo sarà simile: per avere seggi bisognerà aver ottenuto almeno il 3% e si considereranno solo quelle coalizioni con più del 10%, in entrambi i casi a livello nazionale; ma sono previste (come anche per la Camera) delle eccezioni per le liste in rappresentanza di minoranze linguistiche o che ottengano comunque il 20% in una regione. Un’importante novità riguarda l’introduzione delle circoscrizioni sub-regionali al Senato: la legge precedente (il Porcellum modificato dalla sentenza della Consulta di fine 2013) prevedeva delle circoscrizioni coincidenti con i confini regionali, e quindi in alcuni casi estremamente ampie.

(Pluri)candidature, preferenze e quote di genere

Fin qui sembra tutto molto complicato. Lo diventa di meno quando si passa alle regole che riguardano le candidature. Qui per gli aspiranti deputati e senatori il discorso è piuttosto semplice: possono candidarsi in un solo collegio uninominale. Ma, in aggiunta o in alternativa al collegio uninominale, possono anche candidarsi in più di una circoscrizione proporzionale, fino a tre. In questo modo, sarà possibile esprimere delle vere e proprie candidature “blindate”: se anche si venisse sconfitti nel collegio uninominale, sarà ben improbabile non risultare eletti nelle tre circoscrizioni proporzionali.

E non si dovrà nemmeno faticare a raccogliere preferenze: le liste saranno infatti bloccate. Coerentemente con quanto affermato dalla Corte costituzionale, queste liste saranno molto brevi: da 3 a 6 nomi, stampati direttamente sulla scheda, di fianco ai simboli dei partiti. Viene tutelata la parità di genere: nessuna lista infatti potrà presentare più del 60% di candidati appartenenti allo stesso sesso.

Simulazioni

E veniamo alla domanda più “scottante”: il Rosatellum-bis funziona? O meglio: è in grado di “produrre” una maggioranza politica, senza costringere il Parlamento ad estenuanti trattative post-elettorali per formare un governo? Per rispondere, abbiamo effettuato delle simulazioni applicando le norme del Rosatellum-bis a diversi scenari.

Partiamo dallo scenario A, basato sulla Supermedia dei sondaggi (aggiornata per l’occasione): ad oggi,

  • PD e M5S sarebbero testa a testa (27,8% contro 27,7%)
  • con la Lega Nord al terzo posto (14,8%)
  • seguita da Forza Italia (13,4%),
  • Fratelli d’Italia (4,7%)
  • e MDP (3,4%) e
  • fanalini di coda Sinistra Italiana e Alternativa Popolare, entrambi con il 2,4%.

Abbiamo simulato solo la Camera, ma è facile prevedere che con sistemi così simili tra le due camere gli esiti sarebbero non troppo dissimili.

La somma dei partiti di centrodestra (32,9%) supera nettamente sia PD che M5S e consente di conquistare (come coalizione) tra i 88 e i 108 collegi uninominali. A questi si dovrebbero aggiungere i seggi ottenuti dalle tre liste nel proporzionale: 62 per la Lega, 57 per Forza Italia, 20 per FDI. Totale: da 227 a 247 seggi. Troppo poco per governare da soli, neanche ipotizzando che la coalizione si aggiudichi tutti i 12 seggi esteri (la maggioranza è a quota 316).

Al centrosinistra, inteso come PD in coalizione con Alfano (non è chiaro cosa farebbe in questo scenario Pisapia, che peraltro è rilevato dai sondaggi in maniera troppo sporadica) andrebbero meno di 200 seggi. Un governo di larghe intese PD-AP-FI sarebbe possibile, ma solo nell’ipotesi (assai inverosimile) che la stragrande maggioranza dei candidati di centrodestra vincenti nei collegi appartengano a Forza Italia – cosa che non è possibile stimare. 

Più interessanti gli altri scenari, ipotizzando che ciascuno dei tre poli riesca ad avvantaggiarsi di una buona campagna elettorale e ad arrivare al 35% dei voti. Come ci mostra il nostro grafico interattivo, però, nemmeno in questo caso la maggioranza dei seggi sarebbe a portata di mano.

Il centrosinistra (scenario B) si fermerebbe tra i 270 e i 280 seggi. Idem per il Movimento 5 stelle (scenario C).

Il centrodestra potrebbe, con il 35%, arrivare a sfiorare i 290 seggi (scenario D): ma anche in quel caso non riuscirebbe a governare con le sue sole forze. A causa della quota ridotta di collegi maggioritari (che possono “sovrarappresentare” la coalizione vincente solo fino a un certo punto) sarebbe necessario raggiungere almeno il 40% per poter sperare di ottenere una solida maggioranza. Esattamente la soglia prevista dalla legge elettorale in vigore, con una differenza fondamentale: che la soglia del 40% attualmente si applica solo alla Camera e solo a una lista, non essendo possibili coalizioni.

A chi conviene il Rosatellum-bis? (E quindi: chi lo voterà?)

Il che ci porta al punto più “politico” del discorso: a chi conviene il Rosatellum-bis? Rispetto al sistema attualmente in vigore (ossia l’Italicum alla Camera e il Porcellum al Senato, debitamente “rimaneggiati” dalle sentenze della Corte costituzionale) questa nuova proposta riapre la porta alle coalizioni, quindi danneggia quelle forze politiche non coalizzabili (per volontà propria o altrui) come il Movimento 5 stelle – che infatti ha già bollato questa proposta come “incostituzionale” rifiutandosi anche solo di prenderla in considerazione.

Non danneggia i piccoli partiti, in teoria: anzi, consente loro di “riagganciare” un partito più grande in una coalizione alla Camera, magari contrattando delle candidature nei collegi uninominali (come avveniva con il Mattarellum); inoltre rende loro la vita più facile anche al Senato, persino nell’ipotesi in cui restino fuori da qualsiasi coalizione: con la legge in vigore invece dovrebbero superare ben l’8% regionale per ottenere seggi.

La contrarietà di MDP e di Fratelli d’Italia si può invece spiegare in altro modo: essendo già certi di superare le soglie di sbarramento vigenti, contavano su un sistema per cui ciascun partito si misura da sé con il voto e dopo le elezioni può far pesare i suoi consensi; un sistema in cui vi siano (anche solo parzialmente) i collegi uninominali costringe entrambi a un coordinamento pre-elettorale con partiti più grandi con cui i rapporti potrebbero essere tutt’altro che benevoli (è il caso di MDP nei confronti del PD) oppure col rischio di raccogliere le briciole in una competizione riservata ad altri (ad esempio tra Lega e FI, a scapito di Fratelli d’Italia).



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