Con che argomenti stanno cercando di convincerci i principali leader politici

I temi più affrontati in campagna elettorale da Berlusconi, Salvini, Meloni, Di Maio, Renzi, Grasso e Bonino

Con che argomenti stanno cercando di convincerci i principali leader politici

Con il black-out imposto dalla legge sulla diffusione dei sondaggi elettorali, la campagna elettorale nelle due ultime settimane si muove “al buio”. Non per i partiti, ovviamente: la possibilità di commissionare ed effettuare sondaggi rimane, il divieto riguarda solo la diffusione – e di conseguenza gli unici ad essere danneggiati sono i cittadini che vorrebbero ricevere questo tipo di informazioni.

Eppure, l’andamento della campagna elettorale può essere letto alla luce di altri numeri. Soprattutto con un occhio rivolto al “dopo”, e cioè sugli scenari che si apriranno a partire dal 5 marzo, alla luce dei risultati definitivi delle elezioni. La lettura della campagna elettorale in corso ci fornisce non pochi spunti in merito.

Nelle scorse settimane, ad esempio, abbiamo analizzato la campagna elettorale dei principali leader politici sui maggiori canali social (nello specifico, Facebook e Twitter). In primis con un focus sulle strategie di “attacchi incrociati”. Se è vero che nessuno – nemmeno il candidato premier più lungimirante – può prevedere con esattezza cosa ci riserverà il futuro dal 5 marzo in poi, è vero anche che dall’analisi delle esternazioni si può dipingere un quadro piuttosto preciso delle intenzioni, delle aspirazioni e dei timori di ciascuna fazione politica.

Chi attacca chi sui social

Il nostro Social Monitor di inizio febbraio, ad esempio, forniva già un quadro esaustivo da questo punto di vista. Il PD di Renzi (e Gentiloni), principale partito di governo uscente, risultava sotto attacco dal numero maggiore di fronti: da destra e da sinistra, ma anche da parte del Movimento 5 Stelle (ovviamente) e, un po’ a sorpresa, dalla propria alleata Emma Bonino.

A loro volta, i pentastellati erano il bersaglio preferito di Forza Italia, ma anche l’oggetto di molti attacchi da parte della Lega, con cui il M5S condivide – almeno in parte – alcune issues e che vede quindi come un concorrente diretto sul mercato elettorale. A contrapporsi con l’energia maggiore ai leghisti di Salvini è stato non solo e non tanto il segretario del PD Renzi, quanto la leader di +Europa Emma Bonino, alla guida di una lista che proprio nelle sue main issues (l’europeismo e l’apertura verso i migranti) si contrappone in modo radicale alla Lega. Gli scarsi, quasi nulli, attacchi reciproci tra Renzi e Berlusconi lasciano intravedere da parte dei due una campagna impostata alla “prudenza”, allo scopo di non turbare gli equilibri del dopo voto e non compromettere eventuali alleanze trasversali, laddove si rendessero necessarie.

I temi prevalenti nella comunicazione dei leader politici

Nell’approfondimento successivo abbiamo fatto un passo ulteriore, cercando di capire di cosa parlassero i leader politici, quali temi fossero prevalenti nella loro comunicazione, anche stavolta basandoci sui loro interventi sui social (che riprendono spesso e volentieri anche le uscite sugli old media, e quindi possono essere considerati un coverage esaustivo della comunicazione di ciascun esponente politico esaminato).

La prima osservazione da fare è che vi sono leader monotematici e leader generalisti: Salvini, Meloni e Di Maio ad esempio si occupano in gran prevalenza di un solo tema, rispettivamente immigrazione/sicurezza i primi due e costi della politica il terzo. La cosa non sorprende, dal momento che il centrodestra è generalmente percepito come il soggetto politico più credibile sul tema della sicurezza, e lo stesso vale per il M5S in tema di riduzione dei costi della politica.

 

 

 

 

 

Al contrario, ci sono altri leader che invece cercano di coprire più argomenti, non essendo associabili a forze politiche ritenute particolarmente credibili su uno o due temi in particolare.

È il caso di Berlusconi, Renzi e Grasso. Come si nota, tutti i leader (anche a sinistra) in qualche modo seguono l’agenda setting che ha messo il tema della sicurezza e dell’immigrazione al primo posto, ma a differenza di chi ha una comunicazione più “monotematica” toccano una gamma di argomenti più vasta. Grasso parla anche di ambiente (l’unico a farlo con una certa continuità, anche se è il meno “social” tra i leader esaminati) e lavoro, e sul lavoro tornano spesso sia Renzi che Berlusconi (che parla molto anche di tasse – un suo storico cavallo di battaglia).

Queste analisi ci restituiscono uno scenario estremamente variegato, con dinamiche variabili sia da un punto di vista “verticale” dell’offerta politica top-down (le issues dei partiti e le loro proposte ai cittadini) sia da quello più “orizzontale” del posizionamento e delle distanze dei vari partiti fra loro. Tutto questo dovrebbe – almeno in teoria – aiutare il cittadino/elettore ad orientarsi al meglio tra le varie opzioni.

Eppure, tutto questo potrebbe non bastare a frenare l’emorragia di partecipazione che si verifica da anni: già nel 2013 si verificò un’affluenza alle urne di ben 5 punti più bassa rispetto alla precedente tornata (75% contro l’80% del 2008). Questa volta l’astensione dovrebbe aumentare ulteriormente: una stima dell’istituto Demopolis ci dice che dovrebbero restare a casa almeno 12 milioni di elettori, mentre altri 4 potrebbero invece convincersi, anche all’ultimo momento, ad andare a votare. Una stima possibile nell’ordine dei 12-16 milioni di astenuti: nel 2013, per dire, gli astenuti totali furono 11,6 milioni.

Comunque andrà, in Parlamento ci sarà molto ricambio

A una prima domanda comunque possiamo provare già a rispondere, senza fare granché affidamento su sondaggi e/o proiezioni, ed è quella sul “tasso di rinnovamento” e di “presenza femminile” del prossimo Parlamento. Le candidature presentate ci forniscono molti indizi su questo. Quello che possiamo dare per certo è che vi sarà un forte tasso di ricambio nel nuovo Parlamento: e questo sia perché vi è stato un cambiamento significativo della legge elettorale (con il Porcellum sostituito dal Rosatellum) sia perché sono cambiati i partiti stessi: la loro natura, i loro leader, e soprattutto – in molti casi – anche il livello di consensi a cui possono aspirare.

Ad esempio, scopriamo che il PD e Forza Italia sono i partiti con il maggior numero di uscenti tra i ricandidati (nonostante le forti polemiche in alcuni casi abbiano indotto a pensare ad una sorta di “repulisti”, specialmente per quanto riguarda il partito di Renzi), rispettivamente con il 45 e 24% tra gli uomini e il 38 e 12 per cento per le donne.

Terzo per numero di conferme è il Movimento 5 Stelle, dove gli uscenti sono il 18% dei candidati uomini e il 13% tra le candidate donne. Più staccati – ma qui è più dovuto al fatto di avere pochi parlamentari uscenti – Lega, Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali, in cui mediamente oltre il 90% dei candidati non è un uscente.

E per quanto riguarda le candidature “rosa”? A differenza della legge precedente, il Rosatellum prevede espressamente delle quote di genere: nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura maggiore del 60% tra i candidati nei collegi uninominali o nelle candidature di listino in posizione di capolista.

Vero è che i partiti si sono parecchio ingegnati per “aggirare” questa norma (ad esempio, candidando più volte la stessa candidata in posizione di capolista), ma questo è solo un ulteriore aspetto di interesse per il quale guardare all’esito delle prossime elezioni e agli effetti della nuova legge elettorale.



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