Ramy e Adam, due giovani eroi italiani che italiani non sono

Hanno sfidato il dirottatore dello scuolabus di San Donato chiamando le famiglie e le forze dell'ordine, contribuendo a salvare i compagni di scuola da una possibile strage. Sono nati qui ma per lo Stato sono stranieri. Che si fa ora, con loro?

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Sono gli eroi dell'Italia ma non sono italiani. Non per lo Stato almeno. Ramy e Adam, insieme ad altri loro compagni, hanno mostrato un coraggio ben più grande dei loro anni: hanno sfidato la follia di un uomo deciso a commettere una strage su uno scuolabus nella provincia milanese e sono riusciti a chiamare i carabinieri che li hanno salvati. Ieri quasi tutti li abbiamo definiti "ragazzi italiani di origini straniere". Come l'autista, italiano di origini senegalesi. Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, quei ragazzi non sono italiani. Sono stranieri.

Come i loro genitori, venuti in Italia a inizio anni Duemila per permettere ai nostri eroi odierni di avere il futuro che meritano. Ma non senza ostacoli. A chi ieri chiedeva ad Adam di dove fosse, lui rispondeva con la naturalezza della sua età che è "nato a Crema". Perché al Marocco lo legano solo i genitori. Così come per Ramy, nato nella provincia di Milano nel 2005, ma ancora non abbastanza milanese sui documenti per levarsi di dosso l'etichetta di egiziano. Loro però in Italia ci sono nati. Come tutti i loro coetanei con cui condividono passioni e, ahimé, anche sofferenze. Come quella atroce di ieri.

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Flavio Lo Scalzo / AGF 
Lo scuolabus dato alle fiamme dall'autista sulla tangenziale di Milano

Ramy e Adam pagano il prezzo di una legge antiquata che prevede che si possa diventare cittadini italiani solo per sangue. Non importa il luogo di nascita. Tanto meno quello di maturità. Fino al 18esimo anno di età sono tutti stranieri. "Facciamo parte di questo Paese, lo sentiamo come nostro, ma non abbiamo potuto chiedere la cittadinanza ed è un prezzo che pagano anche i nostri figli", spiegano i genitori dei due ragazzi all'Agi.

Il padre di Adam, di origini marocchine, è in Italia dal 2002. "Non ho fatto domanda perché per un anno ho lasciato l'Italia e quindi la mia residenza non risulta continuativa: mi servirebbe un avvocato ma abbiamo sempre cercato di risparmiare". Khalid ha sempre lavorato nell'edilizia. La madre, divenuta famosa dopo la telefonata del figlio, cerca di aiutare con le spese facendo la badante.

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Il padre di Rami, egiziano, è arrivato in Italia invece nel 2001. "Non sono mai riuscito a mettere insieme le carte necessarie per fare la domanda, ma questo Paese lo sento come mio. Anche per questo sono così orgoglioso di mio figlio che lo ha difeso". Nessuna polemica però: di questo Paese amano anche quelle distorsioni che lo caratterizzano. Entrambi ci tengono a sottolineare il ringraziamento ai carabinieri, una delle alte espressioni dello Stato.

"Non ho pensato a me, volevo che si salvassero tutti", mi racconta al telefono Ramy. "Non sono italiano ma questo non cambia nulla", aggiunge. È vero non cambia nulla. Né per Ramy né per Riccardo, il ‘biondo italianissimo’ che ha fatto parte della squadra di coraggiosi, né per le altre 48 persone uscite da quel bus già in fiamme. Eppure il primo pensiero di tanti ieri è stato di "revocare la cittadinanza all'autista senegalese" perché non la merita. Oggi vorrei invece che si parlasse di concedere la cittadinanza a chi davvero la merita. Ramy, Adam e gli altri due milioni di giovani che vivono nella loro stessa condizione. E vorrei che lo si facesse senza che diventino eroi, né martiri.



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