Se dovesse occuparsi solo di startup, il governo durerebbe senza problemi 5 anni

Breve racconto di un panel alla Rome Startup Week, dove due parlamentari di maggioranza hanno discusso con alcuni operatori del settore di ripensare la legge sulle startup del 2012 

startup governo 
Filippo Massellani / AGF
Laura Cavandoli, Lega 

Se il governo fosse chiamato solo a risolvere questioni che riguardano innovazione e startup, probabilmente un buon bookmaker non ci penserebbe neppure a quotare la sua caduta. Al Rome Startup Week un confronto tra due parlamentari di maggioranza (Luca Carabetta del M5s e Laura Cavandoli della Lega) e alcuni rappresentanti del settore è stato un momento per fare il punto su quello che è stato fatto in 7 anni di legislazione sulle startup (Startup Act), capire punti di forza e di debolezza.

Punti di forza, stando a quello che si è detto, ne sono emersi pochi: certo, si è ammesso che con la legge del 2012 si è dato il via a qualcosa, ma poi, recita l’accusa, il legislatore non ha accompagnato la crescita di queste imprese e soddisfatto la loro necessità di attrarre capitali. Su questo erano tutti d’accordo. Nessuna increspatura, nessun disappunto nei 90 minuti del panel (a cui, va detto, mancavano i parlamentari di opposizione per impegni dell’ultimo minuto).

Gianmarco Carnovale, padrone di casa e presidente di Roma Startup, in apertura del confronto ha definito lo Startup Act del 2012 “un modo tutto italiano per reinventare la ruota”. La sua tesi è: invece di copiare quello che di buono è stato fatto all’estero, si è cercata una via tutta italiana, che ha fallito. E la sponda istituzionale ha ammesso che qualcosa non va: 10.000 startup non sono un numero di cui andare fieri se poi queste società non crescono. E se in tutto fatturano 1 miliardo, che diviso 10.000 fa 100 mila euro a testa in media di fatturato (con una media di tre dipendenti, compresi i founder), è necessario ammettere che qualcosa non ha funzionato, e porvi rimedio. Questa la prima foto emersa.

Carabetta ha detto poi di essersi “confrontato spesso con Carnovale negli ultimi mesi” e di condividerne quindi le tesi: lo startup act va ripensato, l’Italia delle startup merita una fase due, e lo Stato, come in Francia e in Israele, deve essere protagonista.

Ed è quello che è stato fatto. Cavandoli dal suo canto ha ricordato gli sforzi del governo in questo senso: il 3,5% dei Piani individuali di risparmio e il fondo di venture capital annunciati dallo Sviluppo ecnomico vanno in questo senso.

E anche Alberto Fioravanti, che è sì fondatore di Digital Magics ma che al tavolo era presente come membro di Italia Startup, la più grande associazione italiana di startup, si è detto “assolutamente soddisfatto” della nuova politica immaginata dal governo, perché in grado di favorire gli investimenti, anche se, ha aggiunto, qualcosa dovrebbe essere fatto anche per il mercato delle exit - incentivare la vendita di quote di startup possedute dai fondi detassandone il guadagno fatto.

Tutti d’accordo? Sì, e senza increspature a considerare quello che è stato detto. E per certi versi potrebbe anche sembrare un buon segno. Perché, a dirla tutta, l’interesse per questo mondo delle startup sta rapidamente scemando: erano fino a qualche anno fa la promessa di dare a tutti la possibilità di crearsi un lavoro con delle buone capacità digitali (tradendo forse l’idea stessa di startup, ma è un discorso più complesso), ora invece gli entusiasmi sembrano scemati. La cinquantina scarsa di persone in sala, con metà delle sedie vuote, lo testimoniava: solo qualche anno fa, con due rappresentanti del governo e due presidenti di grasse associazioni di categoria si sarebbe dovuto prenotare il posto giorni, forse settimane prima.

Le startup, per definizione, bruciano capitali prima di trovare la strada giusta e crescere. Qui pare che finora si sia bruciato solo molto tempo, e altrettanta energia.

@arcangelo_



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