Cosa deve fare l'Italia per avviare una nuova stagione delle startup

Per la prima volta ospitiamo su questo blog un contributo di un autore esterno, ma che il curatore conosce molto bene. Francesco Inguscio è amministratore delegato di Nuvolab venture accelerator di startup.

Cosa deve fare l'Italia per avviare una nuova stagione delle startup

Per la prima volta ospitiamo su questo blog un contributo di un autore esterno, ma che il curatore conosce molto bene. Francesco Inguscio è amministratore delegato di Nuvolab venture accelerator di startup.

Cosa deve fare l'Italia per avviare una nuova stagione delle startup

"Una nuova stagione, una svolta, in cui si incentivi e si faccia crescere solo chi ha veramente la possibilità di crescere. Deve essere questo lo spirito dello Startup Act 2.0 di cui l’Italia ha bisogno. Perché la legge del 2012, che ha introdotto la definizione di startup innovativa, in sei anni ha tracciato un perimetro e favorito la nascita di un ecosistema, ma ora non è più sufficiente per farlo sviluppare. Solo una spinta ai fondi privati, grazie a un intervento economico dello Stato, e un ruolo attivo dell’industria a partecipazione pubblica nell’acquisto d’innovazione made in Italy avrebbero il peso per sbloccare una situazione che ci vede arrancare, in un’Europa che si sta risvegliando. L’Italia è come un vivaio che ha prodotto un gran numero di imprese orientate a ricerca e innovazione: 9.396 startup innovative al 4 luglio 2018, +500 rispetto a sei mesi prima, secondo l’ultimo report del Mise. In Europa davanti a noi ci sono solo Inghilterra e Germania. Ma il problema ora non è di numeri, è di dimensioni. 

Di unicorni, le startup quotate almeno 1 miliardo di dollari, se vogliamo togliere il caso di scuola di Yoox, non ne abbiamo visto nemmeno uno, nemmeno da lontano. In fatto di investimenti dei venture capital in startup la Francia ci batte 2,7 miliardi a 200 milioni (dati 2016). Le piantine coltivate in ambienti protetti possono viverci solo per qualche anno, poi devono trovare la terra, o moriranno. Dobbiamo piantarle in campo aperto, farle diventare alberi, far crescere una foresta. 

Come hanno fatto i cugini d’oltralpe ad arrivare così in alto in poco tempo? Mettiamo da parte l’orgoglio e proviamo a capire. Centrale è stato il ruolo propulsore affidato da Parigi alla Cassa depositi e prestiti e alla banca pubblica d’investimento Bpifrance (Agi), che nel 2014 ha annunciato 1,1 miliardi di euro di investimenti in startup, attirando così ulteriori capitali esteri. Appena insediato, il presidente Emmanuel Macron si è messo al lavoro per l’istituzione di un mega-fondo pubblico da 10 miliardi di euro gestiti da Bpifrance, che oggi è di gran lunga il primo investitore in startup francesi. Un atteggiamento aggressivamente pro-investimenti confermato dai 19 miliardi di tagli fiscali alle imprese che saranno inseriti nella Legge di bilancio 2019. 

Se il nuovo governo italiano vorrà seguire la strada di un simile impegno dello Stato, farà un passo nella giusta direzione. A patto che le risorse mobilitate siano importanti, come in Francia, e non simboliche. E a patto di non invadere il campo delle scelte d’investimento: a decidere su quali settori puntare sia il mercato con le sue logiche, siano i Venture Capital e i privati che co-investiranno con lo Stato, non un burocrate seduto in un ministero. È il processo di open innovation che va favorito, cioè l’incontro fra il ricchissimo tessuto di imprese “tradizionali” italiane e le startup. Un incontro che, in qualità di advisor per aziende e investitori alla ricerca di partner d’innovazione, conosco bene, e che ha enormi potenzialità non sfruttate. Da noi sono pochi i luoghi che favoriscano questo incontro. Guardiamo ancora alla Francia, che non è solo Parigi: Credit Agricole ha elaborato il format di Le Village, network di incubatori diffusi nei territori, dove lavorano fianco a fianco innovatori locali, imprese, abilitatori pubblici e privati, mentre la banca d’investimenti del gruppo CA può investire sulle realtà più promettenti. E quel sistema ora guarda all’Italia. 

È da questo incontro che arrivano le (ancora troppo poche) buone notizie: guardiamo all’effervescenza del settore fintech italiano, con il round da 10 milioni di euro di Credimi che, attraverso il factoring digitale, offre alle Pmi una soluzione concreta ai tempi troppo lenti dei pagamenti delle fatture; o all’accordo per lo sviluppo delle traversine smart, stretto dalla startup siciliana Greenrail con Ferrovie Emilia Romagna. E perché non un impegno diretto delle Ferrovie dello Stato? Anche in questo senso lo Stato deve fare la sua parte con più forza. La pubblica amministrazione deve diventare il primo cliente dell’innovazione italiana, acquistandola, applicandola e orientandola. Lo stesso, e con capacità di manovra ancora maggiore, facciano i grandi gruppi industriali a partecipazione pubblica.

Io lo chiamo “rainmaking”, perché serve una lunga pioggia per rendere fertile questa foresta dell’innovazione italiana dove finora si è lottato per ogni goccia d’acqua. Facciamo piovere forte, o qui fra qualche anno resterà solo un deserto".

di Francesco Inguscio 



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