Hachimura, un afro-giapponese alla conquista della NBA

Selezionato come nona scelta assoluta, il ventunenne dei Wizards approda nel più importante campionato di basket del mondo con grandi speranze. E con una certezza: il suo voler essere un modello per i bambini giapponesi con la pelle nera

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Rui Hachimura

È stata la notte di Zion Williamson. Il draft NBA ha sancito quello che già tutti sapevano: il talento di Duke, prima scelta assoluta, vestirà la maglia dei New Orleans Pelicans, orfani di Anthony Davis che ha preferito fare bagagli e andare a Los Angeles, sponda Lakers, per giocare insieme a LeBron James.

Ma il draft di quest’anno, l’evento in cui le squadre del più importante campionato di pallacanestro del mondo scelgono i loro nuovi prospetti, seguitissimo in America, passerà alla storia per la selezione al primo giro di un giocatore giapponese. Rui Hachimura, classe 1998, nato a Toyama, college frequentato a Gonzaga, è la nona chiamata assoluta di quest’anno. A dargli fiducia sono stati i Washington Wizards che sperano per lui un futuro, spariamola pure grossa, alla Yao Ming.

Non è il classico giapponese a cui state pensando. È alto poco più di due metri e la sua carnagione racconta delle sue origini: mamma nipponica, papà del Benin. Dopo aver frequentato le suole a Sendai, è arrivata la chiamata da un college prestigioso come quello di Gonzaga, a Spokane, nello stato Di Washington, costa occidentale degli Stati Uniti. Hachimura conosceva pochissimo la lingua, i costumi, il modo di fare americano. Ma dopo un primo periodo di ambientamento il suo impatto è cresciuto. Tutto grazie al rap, a Netflix e ai videogiochi che lo hanno aiutato a comprendere di più una lingua e uno stile di vita così opposti al suo.

I bulldogs, nell’ultimo campionato NCAA si sono fermati agli ottavi di finale, superati da Texas Tech. Il giapponese, in quella partita, ha messo a referto 22 punti e 6 rimbalzi, cifre non troppo distanti da quelle fatte segnare durante tutta la stagione. Non male per uno che ha toccato per la prima volta un pallone da basket solo a 13 anni.

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KOSUKE FUKUI / YOMIURI / THE YOMIURI SHIMBUN
 Rui Hachimura

In Giappone, Hachimura è già salito alla ribalta delle cronache per le sue performance con la nazionale. Sul New York Times, un’assistente di Gonzaga, aveva confessato come l’idea di portarlo al di là dell’oceano nacque durante i mondiali under 17 del 2014 giocati negli Emirati Arabi Uniti. Fisicamente era tutto da costruire ma il talento era già visibilissimo. Dopo tre anni passati in palestra a lavorare i muscoli sono arrivati, le spalle sono più larghe mentre la testa è rimasta la stessa. La NBA, infine, è stato il naturale approdo. Porta in dote il suo atletismo e la sua energia, la sua corsa e la sua capacità di gestire il corpo. Dovrà migliorare le sue capacità di tiro ancora troppo limitate.

Tutto nonostante un nome, Rui, che nella sua lingua madre significa “base, fortezza” ma che è stato scelto per l’amore che aveva suo nonno per un altro sport americano molto seguito in Oriente: Rui come base, quelle che si trovano in ogni diamante, il terreno di gioco del baseball. Per lui, da ragazzo, qualche anno da catcher e da lanciatore e poi, alla fine, il cambio di sport e divisa. Per la fortuna degli amanti del canestro.

 

A dir la verità, Hachimura non è il primo giapponese della storia ad essere scelto nel draft. Nel 1981, all’ottavo giro e come numero 161, i Golden State Warriors chiamarono Yasutaka Okayama, probabilmente impressionati dalla sua altezza: 2 metri e 34 centimetri. Okayama, però, non mise mai la canotta della franchigia di Oakland. Non era pronto per giocare con i più forti, forse. Altri tempi, forse. Ma continuò ad amare la pallacanestro in patria: prima come giocatore, poi come allenatore e scrittore di libri per giovani cestisti.

Hachimura non è neanche il primo giocatore giapponese a scendere in campo in una partita NBA. Prima di lui, scartati nel draft e ripescati in seguito, Yuta Tabuse (Phoenix Suns, 2004) e Yuta  Watanabe (voluto dai Memphis Grizzilies e ancora sotto contratto). Un piccolo contratto non garantito con Dallas, nel 2014, l’aveva strappato anche Yuki Togashi, playmaker tascabile. 1.67 per 70 chili, mai schierato però in prima squadra. Ci sarebbe, infine, anche J.R Sakuragi, nato Milton Henderson Jr, vincitore del titolo NCAA nel 1995 con UCLA, americano ma poi naturalizzato giapponese. Sakuragi come il famoso manga nipponico che parla di basket, sogni, nazionale e talento.

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KEVIN C. COX / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
 Rui Hachimura

Hachimura non passerà inosservato solo per il suo gioco. È consapevole di essere figlio della nuova generazione cosmopolita giapponese che comprende, tra gli alitr, la campionessa di tennis Naomi Osaka o il martellista Koji Murofushi, e ama farsi chiamare “black-anese” o “black-an”. Un po’ nero, un po’ giapponese: “Non sono il solo a esserlo. Voglio essere un modello per tutti quei bambini che subiscono discriminazioni per il fatto di avere questa doppia origine”.  

In un’altra intervista, dove aveva ricordato la sua visita in Benin a 7 anni, ha raccontato del suo essere unico e di come, anche durante i match di baseball e basket, lo guardavano in maniera diversa. E non sempre in maniera amichevole. “Sono davvero orgoglioso di essere mezzo africano e mezzo giapponese. È raro e sono contento di essere così”.  Ora, oltre a rappresentare un punto di riferimento per i cestisti del futuro, a Tokyo sperano che possa guidare la squadra a traguardi insperati durante le Olimpiadi del prossimo anno.



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