Possiamo ignorare la pubblicità che cancella le due italiane di colore della pallavolo?

La pubblicità dello sponsor Uliveto mette in primo piano il suo prodotto omettendo proprio le due atlete italiane di colore medaglie d’argento ai Mondiali di pallavolo. L'azienda: “Il fatto che non ci siano Paola Egonu e Miriam Sylla è del tutto casuale, perché le foto per la pubblicità ci vengono fornite dalla Federazione Italiana volley". Solo una distrazione? Probabile. Ma la gaffe resta. Grande come una casa

Possiamo ignorare la pubblicità che cancella le due italiane di colore della pallavolo?

Una volta, per cose così, e anche per molto meno, saltavano le teste, cioè fioccavano i licenziamenti e le dimissioni. Senza se e senza ma. Semplicemente perché, come diceva mio padre, non esistono gli errori di distrazione, esistono gli errori di ignoranza. Una volta, quando il web non rimbalzava le notizie così in fretta, le voci montavano montavano e montavano fino alla sera, quando apparivano al telegiornale e poi, il giorno dopo, esplodevano finalmente sul quotidiani, causando dichiarazioni ufficiali, scuse, interrogazioni parlamentari, reazioni concrete. Una volta, qualcuno avrebbe chiesto scusa subito e si sarebbe cosparso pubblicamente il capo di cenere - usando una frase fatta che fa sorridere, però - e avrebbe promesso ufficialmente di mettere in fretta la famosa “pezza” riparatrice.

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Come si faceva sulle giacche e sui pantaloni nella nostra società contadina, non consumistica. Oggi, la pubblicità dello sponsor che mette in primo piano il suo prodotto nascondendo proprio le due atlete italiane di colore medaglie d’argento ai Mondiali di pallavolo, non è un errore. “Il fatto che non ci siano Paola Egonu e Miriam Sylla è del tutto casuale - spiega Patrizio Catalano Gonzaga, direttore marketing del gruppo Uliveto-Rocchetta - perché le foto per la pubblicità ci vengono fornite dalla Federazione Italiana volley. Nel cercare di alternare le immagini, ne è stata scelta una in cui ci fosse anche il tricolore, ma poiché non ce n'era a disposizione una della finale, è stata usata una foto d’archivio".

Soddisfatti? Macché! Il comunicato ufficiale non placa di certo i dubbi e le passioni del web che, sui social network, si scatena, spaccandosi, al solito, fra pro e contro, attaccanti e difensori, contrariamente ai nostri politici, campioni del compromesso e del non schieramento totale per non scontentare nessuno. Pubblicità razzista, in un paese come l’Italia dove certi temi rimbalzano tutti i giorni dalla strada ed esplodono ogni domenica nei nostri cari stadi di calcio? Macché! Figurati! In un momento come questo, con i problemi sociali in cui ci dibattiamo, con la Lega primo partito nei sondaggi col 60% di gradimento popolare e coi soliti sbarchi sulle nostre spiagge così aperte sul Mediterraneo? Ma và là! Prevenuti che non siete altro, ci sono state altre foto dello stesso sponsor dove sono raffigurate le due azzurre di colore! E poi piantatela con questo messaggio buonista, con questa retorica della prima nazionale “de noartri” fatta di italiani veri, nati sul suolo italico, da figli di immigrati! Piuttosto, pensiamo a come abbiamo perso l’oro per un soffio, e via con le spiegazioni tecnico-motivazionali più strampalate: è mancata la ricezione - le nostre ragazze avevano meno fame delle avversarie? Per spiegare come mai quei due ultimi, decisivi, punticini del tie-break sono stati serbi e non italiani…

Come si ripara oggi a un errore? Un errore grave, un errore che si presta a terribili e malevole supposizioni, un errore che non può passare inosservato? Alzi la mano chi può serenamente affermare che una foto vale l’altra. Non parliamo di qualità di foto - poveri fotografi specializzati che soffrite così tanto per colpa della tecnologia moderna così avanzata -, parliamo di foto digitali, di foto facili, della generazione dei selfie. Parliamo della smodata e sbagliatissima moda delle operazioni di chirurgia estetica per migliorare un sorriso, un naso, un profilo. Parliamo della dipendenza comune ad Instagram, parliamo di noi stessi, della nostra dipendenza dal cellulare, degli specchi che cerchiamo troppo spesso, della vita di tutti i giorni. 



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