Il rendimento scolastico degli studenti italiani che giocano a basket

La Lega di Serie A ha commissionato uno studio per monitorare l'andamento dei giovani giocatori

Il rendimento scolastico degli studenti italiani che giocano a basket
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Giancarlo Ferrero

Bill Bradley, negli anni Sessanta, accettò di giocare nel Simmenthal Milano perché, laureato a Princeton, si perfezionò in Europa, a Oxford, prima di vincere il titolo Nba, diventare senatore degli Stati Uniti e pensare di correre, addirittura, per la Casa Bianca. Ma fino agli anni Novanta, tutti gli americani richiamati dalla nostra pallacanestro erano laureati così come molti colleghi italiani: da Pierluigi Marzorati, ingegnere, ad altri, magari meno famosi in campo, ma diventati poi grandi professionisti o imprenditori.

Bill Bradley nel 1996 (Afp)

Oggi che non è più necessario avere un titolo di studio per giocare nella Nba, e molti americani che vediamo sui nostri campi non sono laureati, qual è la situazione in Italia? Buona, perché il 91% dei nostri giocatori di Serie A ha almeno un diploma superiore, molto più della media nazionale. Deficitaria se invece calcoliamo i laureati o coloro che, mentre giocano, stanno frequentando l’università: sono il 17.5%, dato clamorosamente basso rispetto ai coetanei non sportivi.

I dottori in Serie A sono quattro. Tanti, pochi? In serie A di calcio sono laureati Giorgio Chiellini e Lorenzo De Silvestri. Poi c’è l’azzurro del West Ham, Angelo Ogbonna. Nel basket, due giocano a Varese e tutti e due hanno una laurea in Economia: il capitano Giancarlo Ferrero, che dopo la triennale sta studiando per la magistrale, e Nicola Natali, che ha terminato con un bel 110 e lode. Lo stesso voto, in scienze motorie, del triestino Andrea Coronica. Sempre in scienze motorie ha tagliato il traguardo anche Maurizio Tassone di Cantù.

Tra chi, invece, sta ancora studiando ci sono due azzurri: il fresco trionfatore in coppa Italia Giampaolo Ricci, romano che gioca a Cremona, alle prese con una facoltà difficile come matematica e Paul Biligha, pivot dell’Umana Venezia, che invece studia online Scienze Tecnologiche applicate. Sono in tutto 9 gli studenti universitari e tutti possono raccontare le difficoltà di conciliare gli studi con la vita del professionista. Anche se Ricci ammette che studiare matematica lo aiuti anche a giocare meglio.

È per questo che la Lega Basket Serie A ha dato vita a Next Generation Educational, uno studio ideato e realizzato da A Better Basketball per fotografare la situazione scolastica e accademica dei giocatori italiani e dei giovani dei vivai di serie A. Dal quale arrivano risultati molto soddisfacenti, soprattutto per i genitori. Se qualcuno di loro teme ancora che una intensa attività sportiva, come quella di chi fa parte delle squadre giovanili dei club della massima serie, possa intralciare gli studi, la ricerca di A Better Basketball mostra il contrario: su un campione di 160 ragazzi di terza, quarta e quinta superiore, ben il 53% ha una media scolastica superiore a 7 e non risultano ragazzi insufficienti.

Il problema, casomai, arriva successivamente: se l’80% del campione selezionato si dice sicuro di iscriversi all’università, come mai in Serie A la percentuale di chi effettivamente la frequenta scende sotto il 20%? È il punto critico sul quale il basket italiano deve interrogarsi per aiutare chi ormai ha più di 19 anni ed è professionista a studiare ed ottenere dei risultati accademici. Anche perché pochi, ormai, guadagnano abbastanza da potersi creare un futuro post carriera giocando a pallacanestro.

Chi sicuramente otterrà grandi risultati fuori campo è Gabriele Bernardino, capitano della Dolomiti Energia Trento, premiato Mvp di Next Generation Educational tra coloro che hanno una media superiore all’8. Studia al liceo classico Rosmini di Rovereto e sulla sua pagella, tra vari 10, campeggiano due 9, scritto e orale, in greco. Ha vinto anche la Next generation Cup, il torneo tra le società di Serie A riservato agli under 18. E non è una mosca bianca: il suo è stato un testa a testa con Leonardo Pellicciari della Grissin Bon Reggio Emilia e Simone Marrone della Fiat Torino. È importante che la Lega Basket Serie A si sia preoccupata della qualità scolastica dei giocatori più giovani, la prima lega professionistica a farlo, e se all’orizzonte del basket italiano per ora non si vede un Bill Bradley, i ragazzi di oggi, stritolati dai regolamenti che ormai permettono di costruire squadre quasi interamente di stranieri, sembrano più bravi a scuola di chi li ha preceduti. Almeno negli ultimi 20 anni.



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