The Post, lo schiaffo (involontario) di Spielberg a Trump

Il film con Tom Hanks e Meryl Streep è un inno alla libertà di stampa e la figura dell'editrice del Washington Post diventa un simbolo dell'emancipazione femminile. Tutti temi poco graditi all'attuale presidente Usa

The Post, lo schiaffo (involontario) di Spielberg a Trump

Ci sono film che assumono una valenza politica e sociale fortissima perché escono in un determinato momento storico. È probabilmente questo il caso di 'The Post', l'ultimo bellissimo film di Steven Spielberg, interpretato da due mostri sacri del cinema hollywoodiano, Tom Hanks e Meryl Streep, per la prima volta insieme sul set. Il regista due volte premio Oscar ha portato sullo schermo una delle vicende più significative nella storia della difesa della democrazia americana, quella dei Pentagon Papers. Si tratta della battaglia tra il giornale della capitale insieme al New York Times  contro l'amministrazione Nixon che non voleva che fosse pubblicato il dossier segreto del ministero della Difesa sulla guerra del Vietnam, in cui si evidenziava la responsabilità di ben quattro presidenti (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) più quella del quinto (Richard Nixon) intento a censurare la stampa.

The Post, lo schiaffo (involontario) di Spielberg a Trump
Steven Spielberg con Tom Hanks e Meryl Streep

Protagonista di questo scontro di libertà, oltre allo storico direttore del Washington Post, Benjamin Bradlee, la proprietaria della testata,  Katharine Graham, che si è trovata alla guida del giornale dopo la morte del marito.

Valenza politica e sociale del film

Per capire perché questo film ha un significato che va ben oltre la storia che racconta, bisogna fare un salto indietro di un paio di anni.  E a spiegarlo è stata Meryl Streep. "La prima sceneggiatura è stata completata da Liz Hannah 6 giorni prima delle ultime elezioni presidenziali Usa - ha detto l'attrice a Milano per il tour promozionale europeo - e tutti eravamo convinti che raccontando questa storia avremmo guardato al passato, convinti che avremmo avuto una donna presidente degli Stati Uniti. Invece le cose sono andare diversamente e con la nuova amministrazione è aumentata l'ostilità verso la libertà di stampa e c'è un atteggiamento negativo verso le donne. Ora il film è si deve leggere diversamente perché rappresenta quanta strada 'non' abbiamo fatto".

The Post, lo schiaffo (involontario) di Spielberg a Trump
Tom Hanks e Meryl Streep 

Se avesse vinto Hillary Clinton 'The Post' sarebbe stato un grande film che racconta una bella storia. Nell'era Trump, della postverità, delle fake news e del machismo al potere, è qualcosa di più.

La forza del coraggio

Il film di Spielberg racconta l'esordio della signora Graham nel mondo dell'editoria, il suo coraggio e la sua grande forza nel riuscire a tenere in mano l'azienda del padre, ereditata dal marito (in quanto uomo) e ora nelle sue mani in attesa forse che il figlio diventi grande per prenderne le redini. Una donna che ha avuto il coraggio di seguire l'istinto e la furia giornalistica del direttore del suo giornale, Benjamin Bradlee, che vedeva nel Washingtonb Post molto più di chiunque altro, aveva la certezza che sarebbe potuto diventare un grande giornale. E per fare questo doveva pensare in grande e fare concorrenza al primo quotidiano del Paese, il New York Times.

The Post, lo schiaffo (involontario) di Spielberg a Trump
Steven Spielberg, Tom Hanks e Meryl Streep sul set di 'The Poist'

Una caparbietà, condivisa con la sua editrice, che portò il Washington Post a crescere al punto da diventare sinonimo di libertà di stampa e di grande giornalismo: nel 1971 la pubblicazione dei Pentagon Papers poi, l'anno dopo, l'inchiesta sul Watergate che porteà Richard Nixon a dimettersi nel 1974.

Prequel di 'Tutti gli uomini del presidente'

Ideale 'prequel' del capolavoro di Alan Pakula del 1976, 'Tutti gli uomini del presidente', che raccontava appunto l'inchiesta giornalistica del Post sul Watergate, il film di Spielberg fa molti riferimenti a quella pellicola, quasi volendo recuperare quelle atmosfere e quei personaggi (Ben Bradlee era interpretato da Jason Robards, che vinse anche l'Oscar come miglior attore non protagonista), ma a differenza di 'Tutti gli uomini' non segue come un thriller i cronisti nella loro azione d'inchiesta, bensì la direzione e la proprietà nella loro battaglia per pubblicare quei documenti, una battaglia di libertà. Che sarà premiata con il riconoscimento finale da parte del giudice che, nella sentenza, scriverà parole che oggi suonano quasi profetiche nel momento in cui Donald Trump attacca quotidianamente la stampa accusandola di fabbricare fake news: "Nel primo emendamento i Padri Fondatori hanno garantito alla libertà di stampa la protezione che deve avere per svolgere il suo ruolo essenziale nella nostra democrazia - si legge nell'estratto della sentenza del giudice Hugo Black -. La stampa doveva essere al servizio dei governati, non dei governanti. Il potere del Governo di censurare la stampa venne abolito affinché la stampa potesse sempre essere libera di censurare il Governo". Chissà cosa penserebbe Donald Trump del giudice Black.

Per arrivare perparati

Vediamo ora cosa bisogna sapere per arrivare preparati al film. Cosa sono i Pentagon Paper, chi era la fonte, la battaglia legale del New York Times e quella del Washington Post

video

PENTAGON PAPERS - Una relazione top secret di 7.000 pagine, piena di scottanti segreti governativi. Il documento, che era stato stilato nel 1967 per l’allora Segretario alla Difesa Robert McNamara, aveva un titolo banale, “Storia delle decisioni U.S. in Vietnam, 1945-66”. Per quanto suonasse innocuo, il rapporto avrebbe scatenato un’onda d’urto i cui effetti si sentono ancora oggi. Il documento - che divenne famoso in tutto il mondo come Pentagon Papers - portava alla luce una verità a lungo nascosta: la vastità e la quantità di bugie raccontate sulla sanguinosa guerra in Vietnam aveva coinvolto quattro diverse amministrazioni, da Truman a Eisenhower, fino a Kennedy e Johnson. I Pentagon Papers rivelavano che ognuno di quei Presidenti aveva ingannato l’opinione pubblica sulle operazioni americane in Vietnam, e che mentre il governo sosteneva di volere raggiungere la pace, dietro le quinte i militari e la CIA incrementavano segretamente l’impegno dell’esercito nel conflitto. Alla fine, la guerra in Vietnam, terminata nel 1975, costò la vita a 58.220 soldati americani e causò la morte di oltre un milione di persone.

LA FONTE -  La fonte che aveva rivelato l’esistenza dei Pentagon Papers al New York Times e poi al Washington Post era il brillante analista militare della RAND Corporation, un think tank molto influente finanziato dal governo, Daniel Ellsberg, che aveva lavorato al rapporto fin dall’inizio. Ellsberg era stato nel corpo dei Marine ed era stato due anni in Vietnam con il Dipartimento di Stato americano. Nel tempo era rimasto sempre più deluso dall’evidente disparità tra quello che vedeva succedere sul campo, deciso a porte chiuse a Washington, e quello che gli americani non sapevano sulla strategia e il futuro della guerra. Nel 1969, spinto ad agire per il bene dei soldati, pur consapevole di rischiare personalmente, Ellsberg e il suo collega della RAND, Anthony Russo, iniziarono a fotocopiare di nascosto tutte le 7.000 pagine dei Pentagon Papers. Foglio dopo foglio, fecero uscire di notte i documenti che erano conservati in una camera di sicurezza alla RAND in una valigetta e li portarono nell’uffico in cui lavorava la fidanzata di Russo, Lynda Resnick – che aveva un’agenzia di pubblicità – per usare la sua Xerox.

NEW YORK TIMES - Nel marzo del 1971, Ellsberg contattò con mille precauzioni il giornalista Neil Sheehan - che aveva iniziato a inviare articoli da Saigon a 26 anni e che era conosciuto per la determinazione con cui affrontava questioni militari o politiche - perché desse un’occhiata al materiale. Anche se Sheehan non potè promettere nulla a Ellsberg, disse che avrebbe fatto vedere i Pentagon Papers ai suoi capi del NYTimes. Il giornale colse subito la forza dirompente e le conseguenze che avrebbe avuto la pubblicazione del documento e, sfidando il parere dei legali, l’editore Arthur “Punch” Sulzberger e l’amministratore delegato Abe Rosenthal decisero di andare avanti, considerando attentamente le responsabilità che avevano sia nei confronti del pubblico che dell’interesse nazionale. Un team di giornalisti passò quindi clandestinamente tre mesi in un albergo per analizzare a fondo la documentazione e prepararsi a raccontare una storia molto complessa - preoccupati anche dal fatto che l’F.B.I. potesse essere sulle loro tracce. Venne quindi presa la decisione di pubblicarla nel modo meno sensazionalistico possibile. Comunque fin dal primo momento in cui The New York Times raggiunse le edicole la domenica del 13 giugno 1971 con in prima pagina il titolo “Archivio Vietnam: gli studi del Pentagono rivelano 3 decenni di crescente coinvolgimento americano”, scoppiò l’inferno. Il 15 giugno l’amministrazione Nixon chiese alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione dei documenti da parte del NYTimes, sostenendo che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale. La corte le diede ragione.

WASHINGTON POST - L’assistente del capo redattore Ben Bagdikian, ex collega di Ellsberg alla RAND, ottenne un’altra copia completa del documento. A quel punto stava all’editrice Katharine Graham - l’unica donna ad avere una posizione di potere in un grande giornale nazionale - decidere se andare avanti o mettere un freno. Sotto pressione e malgrado le ricordassero che avrebbe potuto compromettere il futuro del giornale, che in quel momento stava per quotarsi in borsa, lei disse al direttore Ben Bradlee di iniziare a pubblicare tutto. Il 18 giugno, il Washington Post fu il primo quotidiano a pubblicare il materiale dei Pentagon Papers dopo l’ingiunzione contro il Times - a costo di dover affrontare un’azione legale. Quel giorno stesso il Dipartimento di Giustizia emanò un ordine restrittivo e un’ordinanza permanente contro il Washington Post, ma questa volta l’ordine venne annullato dal giudice federale. Nel frattempo il coraggio del NYTimes e del Post spinsero il Boston Globe, il Chicago Sun-Times e altri gornali a scrivere sull’argomento data l’importanza enorme del momento. Il 30 giugno la Corte Suprema rigettò l’ingiunzione contro la pubblicazione, l’opinione della maggioranza era che la pubblicazione dei Pentagon Papers era di interesse pubblico e che era dovere della stampa libera controllare l’operato del governo. Ellsberg e Russo vennero accusati di spionaggio e Ellsberg rischiò 115 anni di prigione. Il processo iniziò nel gennaio del 1973, proprio mentre scoppiava lo scandalo Watergate. E i due sarebbero sempre stati collegati quando venne fuori che la Casa Bianca di Nixon aveva illegalmente autorizzato lo spionaggio dello psichiatra di Ellsberg per screditare quest’ultimo. Alla fine, l’11 maggio del 1973, il giudice incaricato del processo ne dichiarò l’annullamento perché l’imputato aveva considerato il comportamento scorretto del governo. Tutte le accuse contro Ellsberg e Russo caddero.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it