Se la scienza è Cenerentola d'Italia

Il paradosso del costante calo di investimenti in ricerca scientifica malgrado l'eccellenza degli studiosi

Se la scienza è Cenerentola d'Italia

'Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: "Maestro, il senso lor m’è duro".

[Dante Alighieri, Inferno, Canto terzo]

Il nostro sommo poeta si è giustamente meritato, insieme a Lucrezio, l’appellativo di poeta della scienza grazie al suo profondo interesse per la filosofia naturale e per la sua visione unitaria di letteratura, filosofia e scienza.

Cambiando i ruoli, sono oggi i ricercatori a rivolgersi idealmente a lui come il Maestro, di fronte alla porta degli inferi, per chiedergli sconsolati perché l’Italia riserva un così basso interesse verso la scienza ed è misconoscente del ruolo primario che essa ha per lo sviluppo economico e sociale di ogni Paese o continente.

L’ennesima occasione per “lasciar ogne speranza” viene dall’analisi dei contenuti della campagna elettorale per le ormai prossime elezioni.

Non violo certamente la legge della par condicio dicendo che basta poco per accorgersi come il grande tema della ricerca scientifica in Italia sia per lo più assente o al massimo trattato in modo generico nei programmi elettorali di tutti i partiti e movimenti.

E così nei tanti dibattiti o comizi, tra le promesse più o meno mirabolanti, non ho mai sentito nessuno affermare: se andremo al governo promettiamo di portare nella prossima legislatura gli investimenti in R&S dall’attuale vergognoso 1,2% del Prodotto Interno Lordo a uguagliare ad esempio il 2,9% della Germania, per arrivare magari entro 10 anni al 4% della Corea.

Non a caso, quindi, uno dei più noti e autorevoli fisici al mondo, l’italiano Giorgio Parisi ha lanciato una petizione su change.org per chiedere a tutti i candidati delle prossime elezioni di impegnarsi a investire il 3% del PIL in ricerca e innovazione. 

La scarsa considerazione di tutti i candidati verso la scienza non è passata inosservata neanche a livello internazionale e il 20 febbraio scorso nelle News di Nature è stato pubblicato un interessante articolo dal titolo Italian election leaves science out in the cold: Researchers hold out little hope that the next government will improve their underfunded research system.

Nell’articolo si fa giustamente notare come gli investimenti in ricerca scientifica in Italia siano in costante decrescita da parecchi anni; solo dal 2008, l’inizio della crisi economica mondiale, la riduzione in valore reale è stata del 20%. Inoltre gli scienziati italiani continuano in misura crescente a migrare verso altri paesi che tengono in maggiore considerazione la scienza e che sono riusciti a modernizzare i loro sistemi di reclutamento e in generale il funzionamento di Università ed Enti di ricerca.

Paradossalmente tuttavia la scienza italiana, soprattutto nel campo della fisica delle particelle e della biomedicina, continua ad avere un ruolo ragguardevole nel mondo: nonostante la diminuzione degli investimenti, l’Italia ha incrementato il suo contributo percentuale nella fascia del 10% delle pubblicazioni internazionali più citate al mondo.

La qualità dei ricercatori è quindi ancora molto alta, tuttavia l’intero sistema è quasi al collasso tra l’indifferenza totale della politica.

Un problema europeo

Se il problema della scarsità degli investimenti in R&S è particolarmente grave in Italia, in realtà riguarda l’intero continente europeo.

E’ opinione comune tra gli scienziati di come sia urgente che l’Europa unita si impegni molto di più sul piano della scienza, dell’innovazione, in generale della conoscenza e della cultura per fermare il suo evidente declino nello scenario globale. Non abbiamo certo bisogno di nazionalismi e chiusure, occorre invece uno sforzo comune per tentare di tenere il passo con i nuovi colossi politici ed economici.

Dati recenti mostrano che le nuove potenze mondiali della ricerca scientifica si trovano in Asia; il Giappone in realtà lo è ormai da decenni, la vera novità è la Cina, su scala minore la Corea del sud e per certi versi l’India.

Gli investimenti annui in R&S nell’intero pianeta ammontano ormai quasi a 1900 miliardi di dollari, pari all'1,75% del PIL mondiale. E’ una cifra mai raggiunta nella storia dell’uomo e una delle prove che viviamo ormai appieno nella società della conoscenza. L’Asia copre il 40% di questi investimenti, l’America del Nord è seconda ma abbastanza staccata con il suo 28% e l’Europa è terza con il 21%.

Solo 100 anni fa avevamo il monopolio pressoché assoluto della ricerca e la storia ci insegna che il nostro continente ha primeggiato nel mondo finché ha detenuto il primato del sapere. La scienza, infatti, anticipa da sempre il mutare degli equilibri politici mondiali e determina lo sviluppo economico e sociale dei nuovi protagonisti della politica planetaria.

L'identità di un continente

La Scienza moderna che si è sviluppata proprio nell’intera Europa occidentale tra il De Rivolutionis (1543) di Copernico e i Principia (1687) di Newton, passando ovviamente per Galileo Galilei (1564-1642), è parte integrante e motore primario della formazione della cultura europea. Esiste un rapporto simbiotico tra scienza e identità europea, una realtà che sopravvive nonostante le ondate di euroscetticismo e i nazionalismi crescenti.

Se il nostro continente non vuole diventare sempre più irrilevante nel panorama mondiale e l’Italia il suo fanalino di coda, occorre porre la scienza al centro dell’agenda politica dell’Unione Europea. Inoltre dobbiamo preoccuparci non solo di tenere il passo a livello globale con adeguati investimenti in cultura e ricerca, ma anche garantire una democrazia più sostanziale nella gestione del sapere, i cui benefici economici e sociali devono essere più equamente distribuiti tra Paese e Paese e tra i cittadini di una stessa nazione.



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