L'intelligenza artificiale (IA) mai come oggi è stata vista con sospetto, diffidenza ed orrore. Non che prima non lo fosse, la prima volta che viene impiegata la parola Robot, infatti, è proprio in merito ad una rivolta delle macchine intelligenti (la lettura più semplicistica di Rossum’s Universal Robots di Čapek) ma oggi grazie ai risultati tangibili dell'IA anche le paure si fanno più reali. Le preoccupazioni correnti portate avanti da scienziati del calibro di Stephen Hawking certamente ci devono fare riflettere.
Le macchine intelligenti ci ruberanno il lavoro, faranno il lavoro che gli umani non vogliono più fare, supereranno l'intelligenza dell'uomo, saranno dei nostri competitori o peggio saranno i nostri aguzzini come nel fortunato film di fantascienza Matrix? Nonostante le tante previsioni funeste, quello che sembra accomunare molti ricercatori è la convinzione che queste macchine non saranno mai capaci di sperimentare emozioni umane. Sembra questo ormai il bastione su cui si sono arroccati, in molti, alla ricerca dell'ultima essenza di una umanità che si appresta a ricevere la prossima ferita narcisistica: non essere più la specie più intelligente del pianeta.
In questo mare magnum di preoccupazioni apocalittiche, una voce fuori dal coro è quella di Jürgen Schmidhuber, uno scienziato il cui scopo è quello di creare una IA capace di auto-migliorarsi e che sia più intelligente del suo ideatore in modo da consentirgli di andare in pensione serenamente (la descrizione è tratta dalla sua pagina web). In una recente intervista rilasciata a The Guardian, lo scienziato svizzero ha prima smontato la sceneggiatura di Matrix definendola come la più stupida mai creata, e poi ha parlato della possibilità di macchine intelligenti di amare (l'intervista tratta anche di altro, ma questi sono i punti che più mi hanno colpito).
Per quanto riguarda il film dei Wachowski, a macchine intelligenti capaci di approvvigionarsi ad una fonte di energia come il sole, molto meglio di quanto non riesca a noi, non converrebbe in alcun modo estrarla da esseri umani tenuti in una realtà simulata alquanto impegnativa. Questo segna il primo punto: non potrebbe esserci competizione tra le due specie perché non ci sarebbe competizione per le materie prime, loro avrebbero a disposizione l'intero universo non essendo confinati ad una rete biologica come lo siamo noi.
Resterebbe da capire che considerazione avranno queste macchine di noi: ci vedranno con suprema indifferenza, come noi consideriamo oggi le formiche, oppure con empatia e rispetto, un po’ come noi facciamo coi delfini, definiti recentemente in India come persone non umane. L’estinzione del genere umano a mio avviso comunque sarebbe lontana.
Il secondo punto è ancora più interessante; alla domanda se i robot saranno in grado di amarsi Schmidhuber risponde risoluto. Certo che lo potranno fare e probabilmente meglio di noi, sottolinea lo scienziato, visto che potranno decidere di mettere in condivisione molto più di quello che facciamo noi: il loro intero codice sorgente oppure tutti i loro parametri interni.
David Orban, docente della Singularity University, su La Stampa rincara la dose di ottimismo. Le macchine intelligenti saranno più sagge di noi, dato che potranno guardare più profondamente dentro se stesse. Certamente non si può ridurre l'amore alla mera condivisione o la saggezza alla più sofisticata forma di introspezione. Inoltre, il teorema di Godel assicura sacche di ignoranza anche alla più elaborata IA e quindi anche ai futuri saggi robotici.
Ciononostante, trovo la prospettiva di una IA positiva molto più produttiva della sua controparte apocalittica. Ci costringe a pensare all'umanità che è stata, a quella che è e che verrà quando non saremo più "soli" in termini non violenti. Probabilmente un giorno ci commuoveremo davanti a due robot che si amano e chiederemo lumi sul senso della vita ad un guru artificiale, senza terminator di cui preoccuparsi. Finalmente una IA dal volto umano.
di Onofrio Gigliotta, ricercatore