La corrente del Golfo si sta impigrendo. E la cosa ci riguarda da vicino

Un rallentamento della circolazione termoalina globale sta avendo un impatto non trascurabile sul cambiamento climatico

La corrente del Golfo si sta impigrendo. E la cosa ci riguarda da vicino

La questione è molto complessa nei dettagli, ma fortunatamente può anche essere riassunta in modo semplice senza perdere troppo in rigore. Le acque degli oceani compiono un complesso giro di correnti che ogni giorno si muove attorno al Pianeta e condiziona il clima di interi continenti. Questo serpentone di acque si chiama “circolazione termoalina globale”, o “nastro trasportatore”, e sta in piedi per le differenze di temperatura e salinità delle acque stesse.

Se prendiamo un tratto di questo serpentone, e seguiamo le acque calde e salate che dalla zona equatoriale si muovono verso il polo nord, scopriremo un sistema di correnti che in gergo si chiama AMOC (Atlantic Meridional Oceanic Circulation, che racchiude in sé anche la nota corrente del Golfo). Le acque si raffreddano alle alte latitudini, diventano così più dense e pesanti, e scendono verso gli abissi proseguendo il viaggio, per riemergere poi da altre parti in giro per i mari.

Giocando, per così dire, a nascondino, queste flusso di masse d’acqua pari a circa 20 milioni di m3/secondo genera altre correnti, porta con sé negli abissi ossigeno, nutrienti e… Mitiga anche il clima delle aree polari, perché per inabissarsi cede il suo calore iniziale, l’eredità acquisita nelle zone equatoriali. Data l’importanza di questa circolazione nel condizionare il clima di una larga regione come quella Europea, una variazione della sua intensità riveste ovviamente grandissimo interesse. Pochi ancora lo sanno, perché è difficile anche solo pensare che il clima di casa tua dipenda da correnti che si generano a decine di migliaia di chilometri di distanza; ma è così.

Le ipotesi in campo

Da anni si inseguono ipotesi sulle variazioni di questa corrente. Ora due studi apparsi Nature sembrano dar ragione alle preoccupazioni degli oceanografi.

  • Uno studio (Thronalley et al., 2018) analizza le dimensioni dei sedimenti dei fondali delle aree polari, e da esse ricostruisce le velocità della corrente che li ha depositati. Valore trovato: indebolimento del 15%. Inizio del segnale: dopo un periodo relativamente stabile a partire dal 450 DC, lo studio trova un cambio di velocità significativo attorno al 1850. Gli autori lo collegano ad un segnale, per così dire, “naturale”, la fine del periodo della Piccola Glaciazione. Tradotto: è arrivata più acqua dai ghiacciai che si scioglievano perché aumentava la temperatura della Terra, e questo ha iniziato a impigrire la AMOC.
  • L’altro studio (Caesar et al., 2018) utilizza (finalmente direi, come richiamato spesso in “Oceani”!) modelli matematici accoppiati per ricostruire le correnti della zona polare e le confronta con i segnali di temperatura superficiale dell’acqua, e indaga un periodo più breve. Valore trovato: indebolimento del 15%. Inizio del segnale: 1950 circa. Gli autori lo collegano all’incremento di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, conseguenza delle enormi emissioni derivate dall’utilizzo di combustibili fossili (gas, petrolio, carbone) da parte dell’uomo. Tradotto: l’aumento di gas serra ha generato un aumento delle temperature medie, e quindi anche uno scioglimento dei ghiacci, che ha riversato tanta acqua non-salata da impigrire la AMOC.

I due studi differiscono quindi sulle ipotesi dei meccanismi iniziali di questo processo, e anche sui tempi (ca. 100 anni di differenza). Ma, a ben vedere se non è zuppa, è pan bagnato. E quasi insipido. Perché in ogni caso emerge un responsabile chiaro: l’aumento dell’acqua non salata nelle aree polari derivato da una aumentata fusione dei ghiacci. Poi, che il processo sia iniziato per segnali non correlati all’attività umana, ai quali si è poi aggiunto il carico da undici con la CO2 antropogenica, o sia solo ed esclusivamente funzione di quest’ultimo, temo cambi poco. Perché parliamo di un processo additivo, del tipo “questo E quello”, e perché l’uomo può sperare di controllare solo uno di questi fattori.

Di che numeri stiamo parlando?

Dalla Groenlandia stiamo perdendo 280 miliardi di tonnellatte di ghiaccio l’anno, pari a circa 3000 volte il peso del Colosseo al giorno. E la nostra AMOC sta rallentando di circa 3 milioni di metri cubi al secondo, circa 2000 volte la portata del fiume Po…

Dove sta poi, per chi non è abituato a guardare molto in là nei rapporti causa/effetto, l’apparente contraddizione? Che se la AMOC rallenta troppo o si ferma, per un eccesso di riscaldamento e di fusione dei ghiacci, il nord Europa va quasi certamente incontro al gelo!

Quello che sta accadendo è quindi un perfetto esempio del perché non si possa affrontare il problema del cambiamento climatico a compartimenti stagni, in perfetto stile riduzionistico, come ho cercato di chiarire più volte in “Oceani”. Infatti è perfettamente lecito che in un contesto di Pianeta che si sta riscaldando, esista la possibilità che alcune sue larghe aree vadano incontro a periodi simili a quelli di una piccola glaciazione.

Una lezione che va letta e compresa per gli oceani e il clima, ma anche per le altre tessere che inevitabilmente si collegano ad esso, per esempio in contesto geopolitico. Ne cito solo due. L’apertura per le navi di alcuni passaggi non più ghiacciati nell’oceano Artico cambia i ruoli e l’importanza di paesi-chiave nel commercio e nell’estrazione di risorse, con tutto quello che ne consegue. E, non sottovalutiamolo, una delle prime reazioni davanti a un clima che cambia in modo significativo e non predicibile è, da sempre, la migrazione verso aree meno inospitali.



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