Latte in polvere, cosa ci insegna il caso Lactalis

Il colosso transalpino ha ritirato, da almeno 83 Paesi, 12 milioni di confezioni di latte in polvere per l’infanzia con un’alta carica di Salmonella, ceppo Agona. Quando la storia si ripete

Latte in polvere, cosa ci insegna il caso Lactalis

Dopo il clamore iniziale, non scende il silenzio sulla notizia che Lactalis, il colosso transalpino al comando di gran parte del comparto lattiero-caseario italiano, ha ritirato, da almeno 83 Paesi, 12 milioni di confezioni di latte in polvere per l’infanzia con un’alta carica di Salmonella, ceppo Agona, il batterio noto per essere un pericoloso contaminante di alimenti, come l’acqua, il latte crudo, le uova crude (o poco cotte), le carni crude (o poco cotte), la frutta e le verdure, le salse e i condimenti per insalate, i preparati per dolci, le creme e i gelati. 

Nonostante il Ceo dell'azienda francese si sia subito reso disponibile a risarcire tutte le famiglie danneggiate, si tratta di una vicenda che potrebbe ispirare lo scrittore statunitense Stephen King, celebre autore del best seller “A volte ritornano”.

Nel 2005, quando in Italia iniziava il processo sul crack Parmalat, un anno prima che Lactalis acquisiva la Galbani, era già successo che uno dei tanti stabilimenti dell’impero di Emmanuel Besnier, in particolare quello ubicato presso la piccola cittadina francese di Craon, inciampasse nella produzione di derivati del latte vaccino, come il latte in polvere, infettati da Salmonella.

Se poi il prestigioso Istituto Pasteur isola, dal latte in polvere incriminato oggi, una Salmonella di ceppo analogo a quello isolato dodici anni prima nello stesso stabilimento della Lactalis, dovremmo iniziare a chiederci quale sia l’origine dello stesso tipo di contaminazione in un’era dove tutta l'industria lattiero-casearia è costantemente concentrata sul miglioramento dell'efficienza generale degli impianti e della produzione totale in sicurezza, al fine di essere più competitivi in ricchi mercati, come quello cinese, ossessionati dal business del latte in polvere “sano”  dopo lo scandalo delle contaminazioni dolose con melammina.

Infatti, la trasformazione automatizzata del latte liquido vaccino in latte in polvere per l’infanzia, pur se prevede l’aggiunta di sostanze nutritive per renderlo simile all’insostituibile latte materno, segue sempre la normativa europea 91/321/CE attraverso le seguenti tappe termo-controllate per evitare, o limitare, la crescita di batteri:

1) ricezione e stoccaggio del latte crudo (da 0 a 4°C),  2) scrematura e pastorizzazione (a 75°C), 3) evaporazione/concentrazione (fino a 90°C) e 4) essiccazione mediante l’uso di forti getti di aria calda filtrata (almeno 150°C).  Al fine di mantenere gli standard sanitari richiesti, il lavaggio ad alte temperature delle numerose superfici esposte al latte resta obbligatorio, nonostante si usino tecnologie avanzate, come lo spray-dry o il roller-dry, per ottimizzare al massimo i tempi di produzione. 

Sebbene tutti i produttori di latte in polvere per l’infanzia seguano accorgimenti per evitare, o limitare, le cariche batteriche intrinseche, in altre parole quelle che si sviluppano durante il processo produttivo, ancora oggi sembrerebbe impossibile produrre confezioni sigillate contenenti un latte in polvere perfettamente sterile, anche se è dedicato ai neonati più fragili, come quelli prematuri o immunodepressi.

Latte in polvere, cosa ci insegna il caso Lactalis
allattamento (agf) 

Invece, è possibile rendere sicuro il latte in polvere durante la sua idratazione, seguendo alcune accortezze di preparazione e conservazione prima della sua somministrazione, per evitare contaminazioni estrinseche ovvero quelle post-produzione.

Poiché tutte le formule di latte in polvere hanno un rischio biologico intrinseco, proporzionale all’entità della carica batterica, l’International Baby Food Action Network (IBFAN) ha richiesto etichette chiare sulle confezioni dei prodotti in commercio per informare circa i rischi intrinseci del latte in polvere, troppo idealizzato negli anni ’90 da slogan nutrizionali superficiali e privo di controlli di sicurezza post-produzione di tipo governativo.

Si tratta di lacune dovute ai limiti concettuali e tecnologici della preziosa polvere lattea, che non verrebbero mai colmate dal cambio di marca e/o proprietà della filiera di produzione, pur conservando mucche e impianti residenti in Francia, come ha fatto nel 2015 la cinese Synutra, né tantomeno  ricorrendo all’uso del rassicurante made in Italy, a garanzia del tracciabile latte piemontese polverizzato dall’italiana INALPI-Ferrero,  come pochi giorni fa ha richiesto Coldiretti.

Mentre non risulterebbero lotti incriminati di latte spediti verso l’Italia, la redditività e la liquidità dell’acquisita Parmalat, ancora quotata in borsa, potrebbero diventare il salvagente paradosso dell’azienda francese.

Intanto, il  Ministro della Salute francese, per esorcizzare una class action di più grandi proporzioni, ha ritirato anche cereali e i prodotti nutrizionali per l’infanzia fabbricati nel sito di Craon, indipendentemente dalla data di produzione e dal numero di lotto.

E mentre le carte passano agli avvocati, le mamme italiane ritornano ad allattare al seno i propri figli, per un mese in più rispetto ai primi anni del secondo millennio, e gli scienziati scoprono che gli zuccheri del latte materno hanno efficaci proprietà antibiotiche.

A volte ritornano, ma il latte della mamma non si scorda mai.



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