Possiamo fidarci della nuova Uber?

Era la app dei cattivi. Quelli veloci, velocissimi della Silicon Valley, che avanzano senza tanti scrupoli per farci cambiare il modo di vivere, in questo caso il modo di usare i taxi. Oggi, la svolta, da Torino. Operazione di marketing per recuperare mercato in vista della quotazione in Borsa del prossimo anno? No, la nuova Uber non sembra un bluff

Possiamo fidarci della nuova Uber?
 (Afp)
 Dara Khosrowshahi, amministratore delegato di Uber

Il testacoda (con ripartenza) di Uber è una delle storie più interessanti del 2018 sul fronte dell’innovazione. Era la app dei cattivi. Quelli veloci, velocissimi della Silicon Valley, che avanzano senza tanti scrupoli per farci cambiare il modo di vivere, in questo caso il modo di usare i taxi. Basta radiotaxi, basta attese infinite, basta prezzi incerti: c’è Uber, era il messaggio, il resto lo spazzeremo via. Di qui le proteste dei tassisti (contro un servizio sulla carta illegale anche perché le leggi sui trasporti sono obsolete), a volte le barricate, in qualche caso le città bloccate. In tutto il mondo la stessa solfa. E accanto a questo le storie degli autisti sfruttati, dei dati dei passeggeri rubati, delle aggressioni sessuali alle donne a bordo di queste auto nere diventate il simbolo del peggio della Silicon Valley.

Era morta Uber un anno fa. Piena di soldi degli investitori, è vero, ma morta. Allora il fondatore, Travis Kalasnick è stato fatto scendere in corsa senza nessun complimento, ed è arrivato un nuovo amministratore delegato con un nome impronunciabile, Dara Khosrowshahi, 49 anni, nato a Tehran, in Iran, già a capo del colosso dei viaggi online Expedia. Come ripartire? Dai valori. “Vogliamo diventare una società etica”, ha detto subito.
 

Sembrava una favoletta, oggi si inizia a capire che c’è un’altra idea di business dietro. “Non vogliamo più fare la guerra ai taxi, ma diventare la app dei tassisti”, dice oggi Uber bussando alle porte di Torino dove entro Natale partirà il servizio. Sarà semplicissimo: se un tassista volesse usare la potente piattaforma digitale di Uber, si registra e prende le corse pagando sette centesimi su ogni tratta. Il resto, sparisce. Una svolta assoluta che però potrebbe non aver successo perché nel frattempo i tassisti, sulla spinta di Uber, si sono evoluti: oggi quasi tutti accettano le carte di credito, e quasi tutti già lavorano tramite app, c’è it Taxi del 3570, c’è MyTaxy del gruppo Mercedes, e a Torino ce n’è pure una locale che funziona bene, WeTaxi.
 


C’è spazio per la nuova Uber? Lo vedremo presto, l’obiettivo è diventare la app per tutti gli spostamenti (anche per le corse dei bus e le consegne del cibo a domicilio, per dire). Ma a monte c’è davvero l’idea di un capitalismo digitale più umano. Attento ai valori. Così rileggiamo oggi l’impegno di Uber contro la violenza sulle donne, la promessa di avere solo auto elettriche tra qualche anno, l’attenzione a chi è in difficoltà, per esempio chi si muove su una sedia a rotelle e deve poter salire a bordo di un taxi. Può sembrare solo comunicazione, marketing per recuperare mercato in vista della quotazione in Borsa del prossimo anno.

Ma c’è un dettaglio che mi induce a pensare che non è così: l’Arabia Saudita, tramite alcuni fondi, è fra i principali investitori di Uber. Parliamo di miliardi di dollari. Dopo l’omicidio del giornalista dissidente Khassoggi, Dara è stato il primo al mondo a disertare l’evento annuale sull’innovazione in programma a Riad. I soldi non possono comprare tutto.

La nuova Uber non mi sembra un bluff.



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