Se anche Bill Gates vuole una tassa sui robot

La proposta rallenterebbe l'innovazione. Ma non sarebbe necessariamente un male se le risorse aggiuntive finanziassero per un programma massiccio di formazione

Se anche Bill Gates vuole una tassa sui robot

Da qualche giorno c’è una nuova parola d’ordine che sembra molto popolare: tassiamo i robot! Facciamogli pagare il fatto di rubarci il lavoro. Detto così può sembrare l’ennesimo slogan populista di qualcuno che odia la tecnologia. Invece l’idea è di Bill Gates, che è diventato l’uomo più ricco del mondo (85 miliardi di dollari di patrimonio) per il fatto di aver co-fondato una delle aziende simbolo della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, la Microsoft: che prima ha creato i programmi che hanno fatto funzionare i nostri personal computer e oggi è sulla frontiera dove si sviluppa l’intelligenza artificiale.

Il ragionamento di Bill Gates (spiegato in un’intervista a Quarz, anche con un video) è semplice: se una persona fa un lavoro, quel lavoro è tassato. Se domani quello stesso lavoro lo farà un robot, è giusto che ci sia una tassa, anche perché in questo modo si potrebbero finanziare lavori socialmente utili nei quali la presenza umana può ancora fare la differenza (la cura degli altri, per esempio).

L’idea, sebbene un po’ rozza, ha un suo fascino. Non a caso qualche giorno fa il Parlamento europeo ha esaminato (e respinto) la proposta di una parlamentare lussemburghese, Mady Delvaux, che puntava proprio a imporre una tassa sui robot. E il candidato socialista alle presidenziali francesi Benoit Hamon l’ha inserita nel programma elettorale. Certo, resta da definire il confine fra robot e software: oggi molti lavori non sono svolti dai robot come li immaginiamo, ma da programmi che girano sui nostri computer (quando prenotate un viaggio online, c’è un software che ha preso il posto delle agenzie di viaggio, per fare un esempio).

E poi per un’altra questione: una tassa avrebbe un impatto forte sulle aziende che producono robot e inevitabilmente farebbe rallentare un po’ l’innovazione. Ma questo non è necessariamente un male, dice a sorpresa Gates, perché oggi le persone guardano all’innovazione non più come a uno strumento di progresso, ma come alla leva che li sta per sbattere fuori dal mercato del lavoro. E’ già accaduto nella storia: con il luddismo, il movimento operaio che all’inizio dell’800 contemplava la distruzione delle macchine che ci stavano rubando il lavoro. Allora l’obiettivo della protesta erano i telai meccanici, che deprimevano i salari degli operai; oggi potrebbero essere i robot, ma più in generale i computer e quindi le app dei nostri telefonini (guardate a quello che accade in questi giorni con Uber in Italia).

Insomma, conclude Bill Gates, se rallentiamo un po’ la corsa dell’innovazione forse riusciamo a gestire meglio la transizione verso un domani migliore. In fondo anche le precedenti rivoluzioni industriali ci hanno messo un po’ a creare nuova occupazione: e, sembra di capire tra le righe del ragionamento del co fondatore di Microsoft, che anche stavolta, con la rivoluzione digitale, è solo questione di tempo. L’occupazione tornerà a crescere e ci sarà benessere per tutti. In passato è accaduto, è possibile che accada di nuovo. A un patto: investire le risorse aggiuntive da queste tasse per lanciare un programma massiccio di formazione non per i giovani ma per tutti: senza competenze digitali adeguate, infatti, nulla potrà fermare l’avanzata delle macchine. E il reddito di cittadinanza, di cui tanto si parla anche in Silicon Valley, non sarà uno strumento di inclusione sociale e per combattere la povertà, ma solo la certificazione della nostra irrilevanza.