L'economista che ha bloccato "l'inflazione di congiunzioni" per combattere il deficit di chiarezza

Uno dei due Nobel dell'Economia 2018 fece scalpore qualche mese fa quando fissò il tetto del 2,6 al numero di "e" in un testo sostenendo che il "surplus" di "and" inficiava la chiarezza e quindi l'efficacia dei report della Banca Mondiale: "Scrivere in maniera chiara è il fondamento della fiducia nella scienza"

Paul Romer nobel congiunzioni scrittura

Il Nobel dell’Economia del 2018 è andato a due studiosi ignoti al grande pubblico, come spesso accade: Bill Nordhaus e Paul Romer. Sono andato a cercare informazioni sul secondo perché la motivazione del suo premio cita come merito  principale l’aver integrato, nelle analisi economiche, il ruolo fondamentale dell’innovazione tecnologica. Così ho scoperto che si tratta dell’economista che per primo ha sfidato l’abuso della congiunzione “e”, “and” in inglese, e l’ha fatto con una percentuale. L’ha sfidata al punto d’aver minacciato di bloccare i report della Banca Mondiale, dove lavorava, se il numero di “e” avesse superato il 2,6 per cento del testo totale.

Da buon economista infatti ha calcolato che nel tempo si era verificata una sorta di inflazione di “e”, che erano arrivate a pesare fino al 7 per cento dei testi economici. Avete presente quei testi in cui l’autore continua a elencare cose, apparentemente slegate ma che si insiste a congiungere, e quindi legare, aggiungendo al testo una congiunzione? C’è un surplus di “e” ha pensato il professor Paul Romer, che ha 62 anni, è nato a Denver, negli Stati Uniti, insegna alla New York University e deve essere un tipo gentile e pignolo se questa mattina su Twitter si preoccupava di avvisare i suoi follower perché il server del suo blog personale era letteralmente saltato per l’eccesso di richieste di accesso, invitandoli a riprovarci più tardi.

Normale, eravamo tutti lì in rete a cercare i suoi illuminanti articoli sulla crescita economica; eppure questa battaglia sulla crescita patologica delle congiunzioni ci dice molto sul personaggio. Perché non si tratta di una mera questione estetica, o stilistica, o retorica (è stato calcolato che nel Re Lear di Shakespeare le “e” sono molte meno, ma in Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, quasi il doppio della percentuale di Romer). Era ed è una questione di chiarezza, di farsi capire.

Un report della Banca Mondiale, diceva Romer nel maggio del 2017, deve essere affilato come un coltello per penetrare nelle menti di chi legge ed essere efficace. Quindi massimo il 2,6 per cento di “e”, sentenziò l’allora capo economista della Banca Mondiale, una roba inaudita, che già mi vedo certi economisti italiani a negoziare per avere più flessibilità e sforare il tetto di “e”; oppure battersi per un “italiano di cittadinanza”, un po’ di “e” e di “ma anche” per tutti quelli che non sanno bene cosa dire così riescono a dirlo lo stesso.

Questa esigenza Romer ha provato a trasporla anche alle comunicazioni interne: scrivete solo email brevi, ha detto più volte, risparmiate sulle parole, ne guadagnerà la chiarezza. E soprattutto: basta presentazioni interne prolisse.

Il tutto ha una motivazione che faremmo bene a tenere a mente in un periodo in cui il pensiero antiscientifico sembra guadagnare metri ogni giorno: “Scrivere in maniera chiara, lo dico senza esagerazioni, è il fondamento per la fiducia nella scienza”.

(questo testo aveva 9 congiunzioni “e” su 492 parole, meno del 2 per cento).

 


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