Il dito di Netflix e la luna di Google (e di Facebook)

A Venezia ha fatto scandalo il successo di un film prodotto da una azienda che fa concorrenza alle sale cinematografiche. Come se un articolo potesse essere considerato tale solo se stampato su carta. Il metro per giudicare un'opera non può essere la piattaforma di distribuzione, ma il problema è far sì che anche online gli autori siano remunerati. Farlo non comporta "la morte di Internet", ma è anzi l'unico strumento per far sì che in rete ci sia ancora roba di qualità oltre a insulti e fake news

Il dito di Netflix e la luna di Google (e di Facebook) 
 Afp
Alfonso Cuaron

La furibonda polemica che ha accompagnato la premiazione del vincitore del festival del cinema di Venezia è una buona occasione per riflettere su cos’è cinema e cosa no al tempo di Internet. Il leone d’oro della Biennale infatti è andato ad un film, pare bellissimo (la giuria ha votato compatta), del regista premio Oscar Alfonso Cuaròn: Roma, il titolo del film, in questo caso non la nostra capitale ma il quartiere di una città messicana. La particolarità è che il film è stato prodotto, ovvero pagato ma non solo, da Netflix, l’azienda che sta imponendo nel mondo un modello per cui i video, che siano film, documentari o serie tv, li vedi quando ti pare e soprattutto dove ti pare, spesso sugli schermi piccoli ma sempre più performanti dei nostri telefonini.

Va detto che nel frattempo Netflix ha rottamato una impresa di grande successo come Blockbuster, che si basava su negozi dove affittavi le videocassette dei film a tempo. Fallita. Preistoria. E va aggiunto che le sale cinematografiche sono sempre più vuote e si riducono di anno in anno. È un peccato? Sì, è un peccato. È un male? Sì, perché l’esperienza di godersi un film in su grande schermo resta unica (anche se certi impianti tv casalinghi sono di livello cinematografico ormai). È la morte del cinema? No.

Provo a spiegarlo facendo un parallelo con il giornalismo: quando ho iniziato io, trentacinque anni fa, c’erano solo giornali di carta (oltre a radio e tv): e se un tuo articolo non usciva sulla carta non esisteva: potevi ciclostilarlo al massimo e farne un volantino ma non era un articolo. Poi è arrivato il web. Qualcuno se la sente ancora di dire che un grande reportage o una inchiesta non è giornalismo perché non è stampata sulla carta ma solo su un sito web? Dal 2008 il Pulitzer, che è il massimo riconoscimento di categoria, ha aperto al giornalismo online. Da dieci anni ormai. Certo, le edicole, come la sale cinematografiche, sono sempre meno: ma qualcuno può dire che a disposizione dei lettori ci siano oggi meno occasioni di leggere articoli di qualità?

Un fenomeno simile è avvenuto con il calcio e gli eventi sportivi: prima della tv, se volevi vedere una partita c’era solo lo stadio. Quelli della mia età se lo ricordano e si ricordano gli stadi pieni. Ma la cessione dei diritti delle partite alle tv è servita a finanziare i club di calcio il che, negli altri paesi, ha consentito di pagare il costo per rifare gli stadi e renderli accoglienti, comodi, tecnologicamente evoluti e quindi concorrenziali rispetto alla tv in salotto (in Italia lo ha fatto solo la Juventus, non è un caso).

Qualcosa di simile sta accadendo nel settore del commercio: Amazon, che ha mandato in crisi le librerie e che oggi fa concorrenza ai negozi di ogni tipo, ha iniziato a comprarsi librerie e ha appena lanciato nuovi modelli di negozio senza commessi per farne dei luoghi alternativi rispetto all’esperienza di comprare online. Se il trend si ripeterà, presto Netflix stessa investirà nelle sale cinematografiche per proporre agli utenti una esperienza diversa e migliore rispetto alla visione della serie tv sul telefonino. Vedremo se accadrà, nel frattempo sarebbe sbagliato non considerare cinema il film di Cuaròn e bene ha fatto il festival di Venezia ha fare questa scelta (al contrario dei francesi di Cannes).

Il metro, insomma, per giudicare un film, una canzone, un libro o un articolo, non è la piattaforma di distribuzione ma c'è un problema che non si può rinviare: fare in modo che anche online i contenuti di qualità siano remunerati, cosa che a Netflix per il cinema, ad Amazon per i libri e a Spotify per la musica riesce benissimo mentre ai giornali e agli autori musicali ancora no ed è il motivo per cui è molto importante il voto che domani il Parlamento europeo darà su una direttiva che punta finalmente a far pagare Facebook, YouTube e Google per gli articoli, le canzoni e i video prodotti da altri (gli editori) e che loro distribuiscono gratis (in cambio della profilazione dei dati degli utenti).

In gioco non c’è “la morte di Internet”, come qualcuno capziosamente afferma, ma la possibilità che in rete ci siano ancora cose di valore a parte gli insulti e le bufale.



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