Il giornalismo al tempo dei robot che fanno i giornalisti

Partendo da una sola frase GPT2 è in grado di scrivere un articolo completo nello stile del vostro giornalista preferito, o persino un romanzo. Dell’intelligenza artificiale per produrre articoli si parla ormai da qualche anno e il tema ora è: il giornalismo umano sopravviverà?

Il giornalismo al tempo dei robot che fanno i giornalisti
Afp

Una delle previsioni più popolari sul futuro prossimo recita: è già nato il bambino, anzi la bambina, che nel 2030 andrà su Marte. Chissà se è vero, ma sicuramente è già pronto il robot che potrebbe prendere il mio posto come giornalista. Sta a San Francisco, si chiama GPT2 e il suo creatore quando lo ha visto all’opera si è così allarmato che per ora ha scelto di non rendere pubblici i dati del progetto.

Dell’utilizzo dei robot, o meglio, dell’intelligenza artificiale, per produrre articoli si parla ormai da qualche anno (qui il New York Times qualche giorno fa sull’ascesa dei rob-reporter). Uno dei primi esempi è del 2014 quando una delle più antiche agenzie di stampa del mondo, AP, ha fatto un accordo con una società della Carolina del Nord, Automated Insights, specializzata nel produrre automaticamente brevi storie a partire da dati.

Uno strumento perfetto per raccontare cosa accade nei campionati sportivi minori, ma anche per raccontare i risultati quotidiani della Borsa. Il vantaggio? AP è passata da 300 articoli per ogni trimestre, a 3700, coprendo anche i titoli delle società minori. “E dando un contributo all’economia”, come mi disse un anno fa Francesco Marconi che ai tempi era a capo dell’innovazione dell’agenzia americana e oggi fa lo stesso per il Wall Street Journal.

Se AP è stato un pioniere, oggi lo stesso lo fa l’agenzia finanziaria Bloomberg (dove un terzo dei contenuti sono in qualche modo generati da un computer, Cyborg, che aiuta a evidenziare i numeri chiave dei report finanziari). Non è finita. Ai Giochi Olimpici del 2016 il Washington Post ha testato Heliograf per lo sport, mentre al magazine Forbes stanno sperimentando Bertie, un software che dà ai giornalisti degli schemi di articoli da riempire con i dettagli della storia. Infine in una catena di giornali locali americani, circa 3000 notizie l’anno sul meteo sono generate da un software.

La tecnologia quindi sta già cambiando il giornalismo, ma finora l’intelligenza artificiale si era fermata alla spiegazione sintetica di numeri: risultati sportivi, finanziari, meteorologia. La parte bruta e meno, diciamo così, umana del lavoro dei giornalisti. Quello inventato a San Francisco, dai ricercatori di OpenAi, una no profit finanziata da alcuni notissimi e ricchissimi guru della Silicon Valley come Elon Musk.

Reid Hoffman e Sam Altman, è invece un salto in lungo che non si sa dove finirà. Partendo da una sola frase GPT2 è in grado di scrivere un articolo completo nello stile del vostro giornalista preferito (impressionante il risultato con lo stile personalissimo della newsletter di Mike Allen, Axios). Oppure, persino un romanzo: in un test è stata inserita la prima frase di 1984 di George Orwell e GPT2 ha prodotto una storia ambientata in Cina nel 2045 scritta nello stile di Orwell.

Il giornalismo si salverà? Speriamo di sì. Credo di sì, ma dipenderà soprattutto dalla capacità di giornalisti ed editori di capire cosa sta avvenendo. Si salverà solo se punterà tutto sull’autenticità, sulla profondità, sulla qualità; insomma, solo se sapremo usare l’intelligenza artificiale per valorizzare la nostra intelligenza emozionale. Del resto il fatto che esista una così raffinata macchina in grado di produrre e distribuire falsi perfetti in rete, unito alla nostra predisposizione a credere alle bufale, conferma quanto siano indispensabili giornalisti che sappiano essere cercatori di fatti e verità storiche.



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