Perché mandare le proprie foto nudi a Facebook (per battere il revenge porn)

Ecco come funziona il piano contro il revenge porn voluto da Zuckerberg. E perché parte dall'Australia. Ma richiede molta, molta fiducia

Perché mandare le proprie foto nudi a Facebook (per battere il revenge porn)

Mandereste le vostre foto intime, magari nudi, magari mentre fate sesso, a Facebook? Da qualche giorno in Australia è in corso uno strano test che ci riguarda potenzialmente tutti. Riguarda un fenomeno molto diffuso e molto pericoloso: si chiama revenge porn e consiste del vendicarsi della fine di un rapporto, postando in rete le foto più intime e imbarazzanti scattate in momenti in cui dell’altro ci si poteva fidare.

Le foto vengono postate per vendetta, anche se in molti casi si assiste pure alla richiesta di un riscatto economico per restituire le immagini. Il fenomeno è planetario, secondo una recente indagine su Facebook si registrano oltre 50mila casi al mese; e pare che in Australia sia particolarmente diffuso (nella fascia di età fra 16 e 49 anni, uno su cinque ne sarebbe rimasto vittima).

E questo spiega perché il test per combattere il revenge porn sia partito da lì. Consiste in questo: se qualcuno pensa che le sue foto intime siano usate o possano essere usate per vendicarsi postandole in rete, le manda a Facebook (attraverso un comitato australiano per la sicurezza in rete), che crea una impronta digitale che rende quella immagine non più condivisibile in rete su Facebook, Messenger e Instagram; e una volta che quella foto è “marchiata”, chi la possiede viene invitato a cancellarla.

Questo il test, che ovviamente presenta qualche non banale criticità di privacy che andrà risolta (i test servono a questo); e mi auguro che se tutto andrà per il meglio questo sistema verrà esteso anche a Whatsapp, che comunque fa parte della stessa galassia social di Mark Zuckerberg e che è uno strumento incredibilmente pervasivo nella condivisione di contenuti. Ma, mentre in Italia una proposta di legge langue da qualche parte, mi sembra che per una volta Zuckerberg abbia fatto un passo nella direzione giusta.

 

 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it