Facebook e l'algoritmo che favorisce Salvini e Di Maio

Un rapporto dell'università di Pisa spiega il successo del leader leghista e del capo politico di M5s con la loro capacità di usare al massimo il social. Non ci sarebbero riusciti se Facebook un anno fa non avesse cambiato strategia. E se l'algoritmo non fosse "costruito" per premiare le nostre reazioni più viscerali

fecebook algoritmo salvini di maio
Miguel MEDINA / AFP
 
 Luigi Di Maio e Matteo Salvini nel murales di TvBoy

Sul quotidiano inglese The Guardian è uscito uno studio del MediaLab dell’università di Pisa che spiega il successo elettorale di Matteo Salvini e Luigi Di Maio con la loro capacità di usare al massimo Facebook; e che avanza l’ipotesi che sia proprio l’algoritmo segreto di Facebook la miscela esplosiva dietro l’avanzata dei movimenti populisti in tutto il mondo.

La questione è molto seria e non si può liquidare dicendo che ben prima della analisi di Pisa era evidente a tutti la differente abilità nell’usare i social media dei leader della Lega e dei cinquestelle. Nella classifica dei 25 post più condivisi della campagna elettorale Salvini e Di Maio sono appaiati al primo posto avendo raggiunto 7,8 milioni di persone (Matteo Renzi si ferma a uno a mezzo, Berlusconi sotto il milione).

Questo divario si spiega solo con il fatto che sono più bravi dei rivali politici o c’è qualcosa nell’architettura di Facebook che favorisce la diffusione dei loro messaggi? Provare a rispondere non vuol dire cercare alibi per gli sconfitti, ma capire come funziona davvero la più grande piattaforma di condivisione di contenuti del mondo.

Ebbene qualcosa è effettivamente cambiato su Facebook all’inizio del 2018: dopo le polemiche per essere stato lo strumento per la diffusione di fake news, le famose bufale, l’algoritmo è stato modificato. In che modo? In modo da mostrare meno news, vere o false che siano. Visto che l’intelligenza artificiale si era mostrata incapace di distinguere in maniera automatica fra un giornale vero e uno finto, Mark Zuckerberg in un famoso discorso comunicò al mondo che in quello che vediamo quando entriamo su Facebook si sarebbero privilegiati i contenuti personali. A scapito delle notizie.

E’ questo che ha aperto il campo ai messaggi “personali” di Salvini e Di Maio in Italia, e più tardi dei “gilet gialli” in Francia. In realtà, va detto, avrebbe potuto fare lo stesso con i loro avversari: in fondo Macron era arrivato al potere facendo un largo uso di Facebook; e lo stesso Matteo Renzi, che aveva scalzato Bersani e Letta partendo dai social, una volta a palazzo Chigi aveva addirittura inventato un genere, il “matteorisponde”.

Insomma in questa vicenda c’è materia per gli storici che ci studieranno fra qualche anno; per noi, che invece in questa storia ci viviamo, l’impressione, anzi qualcosa di più, è che Facebook funzioni meglio se devi prendere il potere e meno bene quando lo gestisci. Il motivo, questo sì, è in un algoritmo che è costruito sull’engagement, ovvero per scatenare le nostre reazioni (perché solo così Facebook guadagna, registrando e rivendendo i dati delle nostre interazioni: paradossalmente, se non mettessimo mai un like e non scrivessimo mai un post, Facebook non guadagnerebbe nulla).

Ricapitolando: l’algoritmo di Facebook è costruito in modo da indurci a interagire con quello che ci viene mostrato. E noi esseri umani reagiamo più facilmente davanti a cose che ci fanno rabbia o paura.



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