La fine del cibo cucinato in casa

Quella del food delivery non è una moda, è uno tsunami che sta investendo il mondo dei ristoranti. Facendo emergere modelli mai visti prima. Tipo i ristoranti virtuali, che funzionano così: se una pizzeria pensa di poter fare anche cibo messicano, si inventa un nome dedicato, e dedica una parte della cucina a servire gli ordini a domicilio di quel tipo. Ma cosa perdiamo ogni volta che invece di metterci ai fornelli digitiamo su una app? 

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Miguel MEDINA / AFP
Food delivery

Se è vero che siamo ciò che mangiamo, come diceva un filosofo tedesco che si studia nell’anno della maturità, era inevitabile l’ingresso in grande stile di Amazon nel rutilante mondo della distribuzione di pasti a domicilio. Il food delivery.

La notizia di oggi è che la società di Jeff Bezos guida, assieme ad altri tre fondi, un investimento di 575 milioni di euro in Deliveroo. Si tratta della startup inglese fondata nel 2013 da Will Shu e Greg Orlowsky e che oggi è presente in duecento città, tredici paesi e che nel 2016 già contava tredicimila dipendenti e ventimila fattorini. Oggi molti di più.

La notizia è giunta inaspettata ma ha una suo logica. Qualche mese fa Amazon aveva chiuso il suo servizio di distribuzione di cibo dei ristoranti e anche quello dedicato ad fattorini, Flex, un nome che è tutto un programma, non è mai davvero decollato. Più semplice prendersi, in un certo senso, il network di quello che si sta configurando come il leader di un mercato che cresce alla velocità della luce.

Secondo l’ultimo rapporto, oggi vale nel mondo 35 miliardi di dollari: fra 10 anni saranno 365 miliardi di dollari con una crescita anno su anno del 20 per cento. Il motivo è semplice: sono i giovani, i millennials, a spingere. Sono loro a volersi ordinare il cibo con una app, averlo a casa subito e mangiarlo mentre continuano a guardare una serie tv su Netflix.

Non è una moda, è uno tsunami che sta investendo il mondo dei ristoranti. Facendo emergere modelli mai visti prima. Tipo i ristoranti virtuali, che esistono solo sulla app. Funzionano così: se una pizzeria pensa di poter fare anche cibo messicano, si inventa un nome dedicato, e dedica una parte della cucina a servire gli ordini a domicilio di quel tipo. Deliveroo in Italia conta già un centinaio di ristoranti virtuali (chiamati Editions).

Ci sono poi le cucine senza ristorante, le cosiddette dark kitchen, cucine, magari ospitate nei container in un parcheggio, dedicate a preparare solo cibo a domicilio per quei ristoranti che non hanno più spazio. Il principale attore sembra il controverso fondatore di Uber, Travis Kalanick, che dopo essere stato messo alla porta dalla sua società, ha creato il marchio Cloud Kitchen negli Stati Uniti e ha comprato una catena di un centinaio di dark kitchen in Inghilterra.

In Europa si calcola che ce ne apriranno 5.000 nei prossimi cinque anni. Se siamo ciò che mangiamo, sicuramente mangiamo sempre meno quello che cuciniamo direttamente. E’ più comodo, forse, ma qualcosa va perduto per sempre.



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