Daresti il tuo telefonino alla polizia per incastrare chi ti ha violentato?

Per trovare le prove di una violenza in Gran Bretagna è stato messo a punto una specie di “consenso informato” da far firmare alle presunte vittime per ottenere accesso al loro telefonino perché lì dentro possono essere custoditi dettagli in grado di confermare in qualche modo le accuse. Tecnicamente è vero, ma si tratta di un passaggio molto delicato che sta mettendo in allarme molte associazioni che si battono per tutelare la privacy e difendere le donne

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Frédéric Cirou / Agf
Una chat su smatphone

In Inghilterra è esploso un dibattito, che ci riguarda tutti, e che potremmo sintetizzare nella domanda: daresti il tuo telefonino alla polizia, le tue chat, le tue foto, le tue mail, tutti i tuoi dati, la tua vita privata, per consentire agli investigatori di incastrare chi ti ha violentato?

Non è un dibattito accademico ma nasce dal fatto che nel Regno Unito il numero di presunti casi di stupro che finiscono nel nulla è aumentato del 70 per cento in due anni. Per mancanza di prove. (Non conosco i dati italiani, ma scorrendo gli ultimi fatti di cronaca non sembrano molto distanti).

Per trovare le prove il procuratore generale Max Hill, assieme alla polizia, ha costruito una specie di “consenso informato” da far firmare alle presunte vittime per ottenere accesso al loro telefonino. Finora si era parlato, e parecchio, di accesso ai dati dello smartphone dei denunciati, presunti terroristi o assassini. E ricorderete le battaglie che negli Stati Uniti la polizia federale, l’FBI, ha combattuto con la Apple per farsi sbloccare gli iPhone di alcuni accusati in casi molto noti.

Adesso per la prima volta diventa rilevante anche il telefonino delle vittima, di chi denuncia, perché lì dentro possono essere custoditi dettagli in grado di confermare in qualche modo le accuse. Tecnicamente è vero, ma si tratta di un passaggio molto delicato che sta mettendo in allarme molte associazioni che si battono per tutelare la privacy e difendere le donne.

In questo modo infatti è lo stile di vita di chi accusa ad essere consegnato agli inquirenti: guarda che foto che ha fatto, e guarda che messaggi che scriveva… Da lì al concludere “se l’è cercata” il passo è brevissimo purtroppo. In un Paese, il nostro, dove sono state considerate attenuanti o esimenti anche solo il fatto di portare la minigonna, o truccarsi, o bere a una festa, vi immaginate a quale tipo di controprocesso andrebbe incontro la vittima di uno stupro?

E se già oggi spesso le vittime non denunciano per evitare il tormento di un processo, che farebbero sapendo che il contenuto del loro telefonino può diventare pubblico? Dall’altra parte c’è però il rischio concreto che lo stupratore la faccia franca. Senza contare il ruolo, inevitabile, dell’intelligenza artificiale, ovvero di sistemi automatici per estrarre qualcosa di significativo dalla montagna di gigabyte conservati sui nostri device (per esempio per riconoscere qualcuno scorrendo qualche migliaia di foto).

Come vedete si tratta di un tema molto delicato che non solo non può non passare per il consenso informato della vittima, ma anche per un robusto sistema di garanzie su come verranno usati i nostri dati personali.



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