Quelli che sparano alle auto senza pilota di Google

In Arizona si contano 21 assalti alle vetture che si guidano da sole: con pietre, coltelli o armi da fuoco. La storia della tecnologia è fatta anche di barricate per fermare il futuro. Sbagliato. Ma sarebbe ancora più grave sottovalutare i segnali e non porsi la domanda chiave: serve davvero? Al CES di Las Vegas tutte le novità avevano in comune un fattore: il ritorno del pilota

Quelli che sparano alle auto senza pilota di Google

Oggi leggendo un report dal CES di Las Vegas, la grande fiera della tecnologia, mi è tornata in mente una foto piuttosto truculenta che avevo notato qualche settimana fa: si vede un signore, tarchiato, cicciottello, pelato e con la barba bianca, che si aggira per le strade a torso nudo e con i guanti neri brandendo una pistola calibro 22. Va a caccia dei van della Waymo, la divisione delle auto senza pilota di Google. Le trova e gli spara. Il fatto è accaduto in Arizona dove Google ha avviato i test già dal 2016.

Uno può pensare: il mondo è pieno di pazzi, Roy Leonard Haselton, 69 anni, è un pazzo. Epperò il 31 dicembre il New York Times riportando questa storiella dice che - oltre al pistolero arrestato il 1 agosto scorso - si contano almeno 21 assalti alle auto di Google: con coltelli, pietre e appunto armi da fuoco. Se pensate che la battaglia dei nostri tassisti contro Uber sia stata feroce, qui siamo in una nuova dimensione. Qui è il Far West. Il punto è: perché alcuni cittadini dell’Arizona assaltano le auto senza pilota?

Lo dicono al New York Times: perché questa storia delle auto senza pilota non gli piace affatto. Intendiamoci, la storia della tecnologia è fatta anche di barricate per fermarla. Il futuro spesso fa paura, è umano. Facevano paura i treni, gli aerei, e le automobili con un pilota che sembravano meno sicure delle carrozze con i cavalli. Assecondare la paura è sbagliato, sottovalutarla è però imperdonabile. Su questa storia delle auto senza pilota secondo me abbiamo corso troppo (qui la frenata di Waymo). Troppi annunci, troppo ottimismo, troppe promesse non ancora mantenute (“A couple years ago, everyone was like, we’ll be done [developing self-driving cars] in three, four, five years. Everyone was promising a lot,” said Heiko Kraft, director of analysis and testing for Mercedes-Benz self-driving car research in Sunnyvale, Calif.).

Non a caso al CES di Las Vegas si è registrato per la prima volta un po’ di realismo. Che non vuol dire tornare indietro. Non avrebbe senso. Parliamo di una rivoluzione tecnologica portentosa: ma siamo sicuri che quello di cui abbiamo bisogno è di auto senza pilota e non invece di auto dotate di sensori e software che aiutino il pilota a guidare meglio e più in sicurezza?

Tra le novità di Las Vegas c’è una azienda che ha sviluppato un software che consente di aprire il portabagagli solo con il riconoscimento facciale; oppure che ti impedisce di aprire la portiera se sta passando un ciclista; un altro ancora suggerisce un percorso in base al tuo umore o si accorge se hai sonno. Sono tutte cose utili che hanno un principio in comune. Il ritorno del pilota.

Quello che mi pare stia emergendo è che le auto che si guidano da sole hanno senso per portare merci in percorsi isolati (come certi camion già fanno nei paesi scandinavi); hanno senso per rotte. definite e protette come navette (come la startup May Mobility sembra aver capito); hanno senso sulla Luna, quando ci torneremo. Non a caso Waymo non fa i suoi esperimenti a San Francisco o Los Angeles, ma in Arizona e neppure a Phoenix, la capitale, ma a Chandler, un borgo di duecentomila anime in mezzo al deserto. Provate a portarne una a Napoli o sul Grande Raccordo Anulare e vediamo che succede.

 


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