Perché Pietro Grasso ha deciso di lasciare il Pd

C'è chi evoca il caso di Gianfranco Fini. Mentre i bersaniani cercano di tirare il presidente del Senato dalla loro parte

Perché Pietro Grasso ha deciso di lasciare il Pd

Il presidente del Senato Pietro Grasso non aveva comunicato in alcun modo al gruppo del Pd la decisione di fare un passo indietro dal partito e di iscriversi al gruppo misto. "Una decisione inaspettata", dice la guida dei senatori dem, Zanda, "gli avevo chiesto di candidarsi in un collegio a suo scelta".

Una bandiera per i bersaniani?

Nel Pd c'è chi parla di un altro 'caso Fini' riferendosi allo strappo dell'allora presidente della Camera con la sua maggioranza. L'indicazione arrivata però è quella di evitare di alimentare polemiche politiche. "C'e' amarezza. Capiremo le sue motivazioni nei prossimi giorni", sottolinea il vice segretario dem Martina.

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Il presidente del Senato questa estate ha partecipato a tutte le feste di partito ma è soprattutto a Napoli, ospite di Mdp, che ha ricevuto l'accoglienza più festosa. "Ora fa il presidente del Senato, poi è evidente che c'è un rapporto forte con lui. Certo che può essere uno dei nostri leader", spiegava oggi un ex dem. Del resto, si fa notare, fu Bersani a sceglierlo per la poltrona di palazzo Madama.

"La politica ha bisogno di buoni esempi", aggiunge Speranza. "E' un ragazzo di sinistra", ricorda Scotto. "Mi ha detto che non condivide la linea del Pd sulla legge elettorale", riporta sempre Zanda. La seconda carica dello Stato considera la decisione del governo di porre la questione di fiducia sul Rosatellum come la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Un rapporto già logoro

Il rapporto era già logoro, reso manifesto anche dalle polemiche sorte con il presidente dem Orfini, ma - ricordano nel Pd - era stato proprio Renzi ad offrire a Grasso il ruolo di candidato alla regione Sicilia. Ora il presidente del Senato ha deciso di prendere la distanza da un partito che a suo dire ha imboccato la strada degli accordi con il centrodestra.

Uno strappo, sancito dopo l'ok alla legge elettorale ma anche dopo lo scontro su Bankitalia, che segue quello 'istituzionale' di Napolitano. Ieri al Senato è stato il giorno di Verdini che ha rivendicato il suo apporto decisivo nelle approvazione delle riforme. Lo stesso Pd ha riconosciuto il valore di Ala, definendo 'patrioti' chi ha dato il proprio apporto al via libera alla legge elettorale.

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Poi il leader di Ala si è chiuso con i suoi nella sala fumatori di palazzo Madama. Con i fedelissimi Mazzoni, Barani e D'Anna. "La prossima legislatura sarà come questa - prevede D'Anna -: diventerà parlamentare una operazione, quella del partito della nazione, che Verdini voleva fosse politica".

Per i dem il cambio della maggioranza di fatto è soprattutto nelle commissioni dove Ala potrebbe sostituire il gruppo Mdp. C'è da approvare una legge di stabilita' "con tutti quelli che ci stanno", rilanciano dal partito democratico. Ma lo schema non ha l'ok di Grasso che ha considerato la saldatura di oggi come un ulteriore fatto grave. E la decisione dell'esecutivo di mettere la fiducia come un atto che ha esautorato ulteriormente il Parlamento. 



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