Che cosa è andato a fare Luigi Di Maio in America

Per il Movimento 5 Stelle è più facile avere un dialogo con il presidente degli Stati Uniti, trattandosi di quel Donald Trump che ha fatto dell'immagine di antisistema la sua carta vincente. 

Che cosa è andato a fare Luigi Di Maio in America
Gabriele Maricchiolo / NurPhoto 
 Luigi Di Maio

Luigi Di Maio sbarca a Washington e questa volta il tradizionale viaggio di ogni candidato premier italiano nella capitale degli Stati Uniti fa più notizia del solito. Tutti gli aspiranti inquilini di Palazzo Chigi hanno sempre saputo di dover avere un canale privilegiato o quantomeno accettabile con il principale e più potente alleato del Belpaese all'estero.

I motivi sono ovvi e vanno dalla partnership economica e commerciale al Patto Atlantico che ha risvolti sia di geopolitica che militari, anche dopo la caduta del Muro di Berlino. Ma finora il Movimento 5 Stelle si era dimostrato equidistante dalle varie potenze mondiali, anzi a volte più vicino alla Russia di Putin che all'America di Obama; ha più volte criticato la Nato e fa della sua immagine antisistema il suo cavallo di battaglia.

Per il Movimento 5 Stelle è più facile avere un dialogo con il presidente degli Stati Uniti, trattandosi di quel Donald Trump che ha fatto dell'immagine di antisistema la sua carta vincente 

Dunque il Paese che più di tutti gli altri incarna il 'sistema' capitalista, e per alcuni imperialista, a livello mondiale non è mai stato troppo amato dalla base grillina. Ma la politica ha le sue regole e in questo caso è anche aiutata dalle circostanze: ogni aspirante capo del governo dell'Italia non può non avere buoni rapporti con gli Stati Uniti e, in questa fase, per il Movimento 5 Stelle è più facile avere un dialogo con il presidente degli Stati Uniti, trattandosi di quel Donald Trump che ha fatto dell'immagine di antisistema la sua carta vincente.

Il realismo contraddistingue poi la nuova leadership del movimento e non è un caso che il Wall Street Journal, spesso considerato il giornale dei poteri forti, abbia salutato l'elezione di Di Maio alla guida del M5S come la scelta di un "candidato moderato" da parte di un partito finora anti establishment. Il nuovo leader grillino sa che nella sua corsa per Palazzo Chigi deve avere alleati o perlomeno non deve ad avere nemici troppo potenti.

L'idea quindi di uscire dalla Nato è stata ultimamente derubricata a una richiesta di rinegoziare le condizioni con Donald Trump che, per primo, ha chiesto nuove regole per l'alleanza atlantica. Una sintonia che potrebbe aiutare il Movimento 5 Stelle e che riequilibra rapporti fino ad ora considerati in Europa troppo filo Putin. Il M5s sa poi anche che, se vuole scalare il governo del Paese, deve parlare anche ai moderati che non amano posizioni troppo terzomondiste e alla classe produttiva del Paese che ha negli Stati Uniti un partner commerciale formidabile.

Di Maio ha in agenda incontri sia con uomini politici che con imprenditori, dunque, anche per trarre ispirazione su due temi che sono cari al movimento: il calo delle tasse, su cui Trump sta lavorando, e l'innovazione tecnologica che vede i grillini impegnati con progetti di innovazione digitale avanzata per le piccole e medie imprese. Infine non va dimenticato un articolo della nuova legge elettorale: 18 parlamentari saranno eletti nei collegi all'estero, alcuni dei quali saranno negli USA e per una elezione politica che potrebbe giocarsi per una manciata di voti anche 18 seggi da conquistare sono importanti e la campagna elettorale andrà fatta anche all'estero. Luigi Di Maio ha cominciato da Washington. 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it